L’eccesso di realtà

«Voi che accettate la responsabilità di tutto tranne che dei vostri sogni. Niente vi appartiene di più che i vostri sogni.»
(F. Nietsche)

di Gio

L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile è un libro tagliente come una lama, battente come un martello, scardinante come una leva: da usare come un arnese contro una realtà che è divenuta eccessiva – ci avverte allarmata l’autrice, Annie Le Brun.

Un libro contro il quale si urta e dal quale si viene spinti fuori dalle proprie abitudini mentali, in uno spazio di pensiero radicale, in cui emerge l’urgenza di opporsi alla soffocante immanenza satura di ciò-che-è e sotto la quale la profondità che ci abita, ossia l’immaginazione, i sentimenti, il desiderio, il sogno – in una parola il sur-reale– viene negato e ridotto a merce, come ben mette a fuoco Martina Guerrini nella prefazione.

«Realtà eccessiva che la sovrabbondanza, l’accumulazione, la saturazione di informazioni rimpinzano di fatti in una carambola di eccessi di tempo e di spazio. Una realtà che non ha niente di “virtuale”, come cercano di farci credere, mentre riesce a tendere imboscate all’irrealtà dei nostri desideri, è in effetti questa realtà debordante, questo “eccesso di realtà” che torna ad assediarci nel più profondo di noi stessi

Un libro che scuote, con il suo appello intransigente alla necessità di confliggere con quei dispositivi che, al contrario, tentano continuamente di liquidare il negativo, l’opposizione, la rivolta. Strumento di critica e di infrazione, irriverente e sovversivo, lo spazio immaginario intercetta la contraddizione, all’interno della quale soltanto può aprirsi un’eccedenza, una dimensione inedita e fuori-luogo, u-topica, dove abita la libertà.

In un’epoca che erige continuamente confini fisici e mentali,  «recinti culturali», Annie Le Brun richiama la necessità impellente di s-confinare con pensieri e azioni esuberanti oltre la «reticolatura dello spazio sensibile» la quale – scrive – «è il miglior modo per instillare in profondità un conformismo senza confini, garante di una schiavitù accettata su scala mondiale».

Non si scoraggi il lettore, che verrà brutalmente gettato nella tempesta di frammenti di una realtà che viene smantellata senza fare sconti, senza esitazione, con un andamento convulso che quasi non lascia il tempo di riflettere tra un passaggio e l’altro: alla fine tutto si illumina retrospettivamente, purché ci si affidi con fiducia a questa coraggiosa impresa di resistenza a un progetto di «dominio totale», contro il quale la scrittrice si oppone con una critica che si spinge sempre verso l’oltre”.

«Così il sogno è semplicemente scomparso dal nostro orizzonte (…) Qualunque cosa sia, è questa una delle più gravi carenze della fine del millennio, che, ai miei occhi, ha della catastrofe. (…) Si tratta infatti di un’amputazione che ci priva di tutto ciò con cui, dal punto più lontano della nostra solitudine, noi possiamo ciecamente ritrovare il mondo».

La realtà eccessiva riduce lo spazio e il tempo, liquidando la dimensione verticale delle nostre esistenze; quella della notte, dell’ombra, dell’attesa, della poesia, dell’arte, della prospettiva storica: la profondità che consente di pensare “altrimenti”, viene ridotta – e quindi infine cancellata – ad una sterile dimensione orizzontale, nella quale tutto si equivale, tutto è compreso, tutto si tiene e dalla quale è bandita ogni traccia di negatività, di coerenza, di opposizione. «Orizzontalità quotidianamente confermata e rafforzata da una comunicazione “in rete” che rende conto di una realtà così piena di se stessa che continuamente eccede in “realtà virtuale” (…) In queste condizioni, non vi è più bisogno dell’elevatezza di vedute e chi si preoccuperebbe ancora di ciò che non è?».

Attraverso l’esasperazione della luce di un giorno senza fine, viene prodotta una veglia continua che assomiglia piuttosto ad un sonno collettivo: un sonno senza sogni, che anestetizza e intorpidisce. «E’ in gioco – scrive Le Brun – niente meno che l’esistenza della notte, della nostra notte, di quella notte in cui ciascun uomo ogni sera torna a vivere ciò che troppo spesso è il meglio della sua vita. (…) si tratta di un “inquinamento luminoso”, molto più temibile per il fatto che minaccia direttamente tutto ciò che vi è di oscuro nella libertà. (…) volto all’illuminazione totale, implica un’oggettivazione di tutte le zone d’ombra che non può che indurci a confondere realtà e positività».

 Complice di questa grande frode, che la scrittrice denuncia senza mezzi termini, per la quale «tutto ciò che proveniva dal dominio sensibile è stato sottomesso a una teorizzazione intensiva», è una «collusione senza precedenti tra arte e potere». La creazione artistica, per sua natura sovversiva, anti-istituzionale, “rivoltosa”, viene amministrata dal controllo delle istituzioni culturali (fondazioni, musei, centri di ricerca) che ne gestiscono il modo, il tempo e gli spazi di esposizione; attraverso il suo inserimento in luoghi e percorsi preconfezionati e codificati, l’oggetto artistico, in quanto privato dello spazio originale, inedito e debordante che lo qualifica, viene letteralmente neutralizzato: «…l’epoca contemporanea tenta di istituzionalizzare la rivolta e di far coesistere la sovversione e la sovvenzione».

Altrettanto responsabile di questo trionfo della realtà sulla vita interiore è un potente «imbroglio della comunicazione che ha l’unico obiettivo di immunizzare contro tutto ciò che potrebbe essere l’espressione di una protesta o di un rifiuto», attraverso l’applicazione del linguaggio falsamente oggettivo della scienza e della tecnologia anche alla vita sensibile, che sancisce la «progressiva vittoria del linguaggio dell’esteriorità su quello dell’interiorità [in funzione di una] realtà che travolge tutto ciò che non è utile alla sua espansione. (…) Un “linguaggio di sintesi” costituito come tale a forza di eliminare, lo abbiamo visto, la parte di notte che alcune parole potevano ancora trasmettere di contrabbando, o la parte di incomunicabilità grazie alla quale altre potevano disconnettere ciò che è programmato».

Private della loro ricchezza di senso, del loro potere metaforico, sottratte della loro attitudine a rinviare a opinioni, valori, idee, sentimenti, le parole diventano dispositivi di chiusura che rimandano solo a se stesse. Così come questa realtà inesorabilmente autoreferenziale che, secondo la imperante logica del mondo “connessionista” rimane intrappolata nelle maglie della sua stessa rete, del tutto chiusa in se stessa. La contraddizione viene stemperata nella giustapposizione, la negatività neutralizzata dalla razionalità dell’incoerenza: «… ben pochi sono in grado di vedere che i punti di vista antagonisti sono qui presenti al solo fine di sancire la loro reciproca neutralizzazione. (…) Nessuno nota più come qualsiasi scelta intellettuale, politica o morale sia oggi controbilanciata dal suo antidoto. (…) Questi antagonismi giungono a coesistere non soltanto in un medesimo gruppo ma in uno stesso individuo, secondo quella razionalità dell’incoerenza che stiamo facendo nostra». Il risultato è l’abbandono di ogni attitudine critica.

In un mondo dove la poesia è ridotta a “prodotto culturale” per smorzarne la  forza di irrealtà, l’immaginario è sostituito dal virtuale, ossia una mera riproduzione della realtà stessa in funzione, di nuovo, della sua eccedenza; un mondo in cui il desiderio e il turbamento vengono banditi perché responsabili di turbolenza; un mondo in cui veniamo accecati da una luce artificiale che ci priva di una visione profonda e perspicace e veniamo privati del buio che illumina la nostra immaginazione, il libro di Annie Le Brun porta ossigeno in questa nostra epoca così asfittica e indigente, nella quale – lei ci ricorda – «forse non è ancora completamente impossibile respirare».

Annie Le Brun, L’eccesso di realtà. La mercificazione del sensibile, a cura di Martina Guerrini, Pisa, Bfs edizioni, 2020, pp.  188, Euro 14.00

Per approfondire: Annie Le Brun: dei mali per dire la crisi

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