L’atroce delitto di via Lurcini

«Lei ha paura proprio di quello che è capitato a me. Ha paura di se stesso, di una certa vertigine che potrebbe coglierla, paura di una nausea che sente crescere in sé, lenta e inesorabile come una malattia.
Siamo quasi uguali, signor giudice.»

(G. Simenon, Lettera al mio giudice)

di Un amico di via G. Barbera 

Anche se l’autore tiene correttamente a precisare che il suo racconto ha un qualche debito, quanto meno d’ispirazione, con la lettura de L’affaire della rue de Lourcine (1857), di Eugène Labiche, in realtà questa sua storia ha uno sviluppo e una contestualizzazione del tutto originali, salvo forse un analogo, tragicomico, gioco degli equivoci seguito ad una notte di eccessi alcolici.

Dentro un paradossale intreccio di crimini immaginari e delitti deliranti, Francesco Recami  mostra una grande capacità nel costruire una scena e dei personaggi, del tutto probabili, occupanti uno di quegli spazi popolati da umanità nomadi, ai margini del nostro vivere normato e residenziale.

Il tutto avviene e si muove in una sorta di comunità underground presso la stazione di Santa Maria Novella a Firenze, sempre più somigliante ad un blindato centro commerciale, ma non distante da quelle situazioni e presenze che le amministrazioni e la pubblica opinione ritengono un attentato al decoro.

Nei confronti di simili ambienti e di persone che hanno fatto altre scelte o si sono ritrovate ad approdare dove non avrebbero voluto, prevale uno schifato rifiuto pregiudiziale che richiama quello nazista verso gli Asociali. D’altro canto è oggetto di attenzioni falso-pietistiche volte all’integrazione a senso unico, con i fondi stanziati dalle istituzioni, oppure mosse dall’interesse di rivendere le miserie altrui sul mercato del pittoresco e dello sdegno, con l’alibi della sensibilizzazione, trasformandole in spettacolo per le “persone normali”.

Recami, sempre sul filo dell’ironia e della complicità, riesce a mostrare l’assurdità del muro di separazione tra quanti tendono a ricostruire una loro socialità dentro contesti e condizioni disumanizzanti, e coloro che nella cosiddetta società del benessere, della tecnologia e della sicurezza si trasformano a loro volta in cinici soggetti alienati.

E se gli “irregolari” riescono a mantenere una loro – per quanto possa essere negativa – autenticità, un loro carattere e persino la rivendicazione di una propria dignità, le figure degli “integrati” appaiono come maschere del nulla, al massimo indossando gli abiti della moda alternativa o dell’artista d’avanguardia.

Emblematico quindi l’incontro occasionale di questi due mondi sull’ambiguo palcoscenico allestito tra i rifiuti di un dormitorio-accampamento di senzatetto, trasformati in attori e comparse, che secondo i registi devono «fare finta facendo finta di non fare finta».

Ma l’apoteosi, ben più che allegorica e direi situazionista, è l’irruzione sulla scena di «una locomotiva a vapore interamente rivestita d’oro» con minacciose chele-tenaglie meccaniche, rappresentante «il mostro repressivo, la macchina messa in moto dal capitalismo […] allo scopo di incantare il popolo con i suoi effetti speciali, che poi sarebbe il compito dell’arte asservita, e al tempo stesso seminare il terrore e togliere qualsiasi velleità di autodeterminazione e di ribellione, sotto la patina dorata che usa[va] l’arte come schermo».

I senzatetto e i punkabbestia intervengono quindi con grande convinzione, come da copione, insorgendo contro la Bestia dorata, mettendola in fuga a bastonate e lasciando spazio ad una coreografia di ballerine e ad un prolungato applauso della selezionatissima platea ad invito,  comprendente il sindaco democratico, il ministro della Cultura, l’ambasciatore svizzero, e il presidente della Confindustria toscana, con un codazzo di hostess, addetti stampa e guardie del corpo.

Al termine della performance, finalmente, l’aperitivo rinforzato, sponsorizzato da una nota ditta di catering del comprensorio, tra l’entusiasmo degli homeless e il disgusto degli spettatori, ormai desiderosi di cambiare aria.

Non si può aggiungere altro.

Francesco Recami, L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3, Palermo, Sellerio, 2019, pp.190, Euro13.00

Allegato: L’affaire de la rue de Lourcine” (PDF) di Eugène Labiche.

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