Nella Giacomelli. Un’anarchica controcorrente

«Il colore dei suoi occhi varia dal turchino chiaro del cielo al verde scuro del mare irritato»
(Leda Rafanelli)

di emmerre

Ormai da diversi anni è sorta una fiorente produzione letteraria e storiografica dedicata a figure di donne ribelli, artiste d’avanguardia, rivoluzionarie, femministe radicali e partigiane che per lungo tempo erano rimaste ai margini, se non escluse, dalla storia ufficiale declinata prevalentemente al maschile. Il loro riconoscimento sociale era, al massimo, legato alla collaterale presenza a fianco di grandi personaggi – uomini – della politica quanto dell’arte, oppure per la dedizione materna  e il ruolo d’assistenza (il maternage) mostrati verso grandi cause o in occasioni di gravi contingenze, basti pensare al mito patrio delle crocerossine.

I primi venti anni del Novecento furono invece ricchi di protagonismi femminili, autonomi e fuori dagli schemi, nella letteratura e nelle lotte sociali, che per molti versi anticiparono di un cinquantennio le espressioni più avanzate dell’autodeterminazione femminista.

Nella Giacomelli (1873-1949), anarchica individualista lombarda, è stata a lungo sotto traccia anche nella memoria del movimento libertario, nonostante l’impegno militante e la forte tensione ideale che hanno connotato la sua vita e i suoi innumerevoli scritti: a tutti gli effetti, una «sentinella perduta», usando un’immagine cara a Maurizio Antonioli.

Di lei avevano già scritto, oltre allo stesso Antonioli, anche Pier Carlo Masini, Elena Bignami e Mirella Scriboni, ma la recente biografia, curata da Ercole Ongaro, non solo contribuisce notevolmente alla conoscenza storiografica del suo originale apporto all’anarchismo italiano, ma ne evidenzia anche la vicenda umana, gli affetti e il pensiero spesso stridente nel dibattito tra le diverse correnti libertarie e socialiste dell’epoca, anche contro il predominio maschile.

Collaboratrice e redattrice – sotto vari eteronimi – di molte testate sovversive (Sorgete!, Il Grido della Folla, La Protesta Umana, Volontà, Iconoclasta!, Umanità Nova, Pagine Libertarie, Era Nuova), nonché ideatrice del nome Umanità Nova per il giornale anarchico di cui quest’anno ricorre il centenario.

Autrice anche di testi teatrali e di un ricco epistolario, dedicò il suo impegno soprattutto alla lotta contro il militarismo, con forte intransigenza etica (smentendo anche la leggenda degli anarchici individualisti e antiorganizzatori passati tutti all’interventismo), tanto da vederla nel 1915 e nel 1916 denunciata e arrestata, assieme all’amica Leda Rafanelli, per proteste in piazza contro la guerra.

Tale posizione antimilitarista, la portò ad entrare in urto con vecchi amici e compagni, passati al partito della guerra, e a criticare aspramente le donne che non erano state in grado di rivoltarsi per  impedire il massacro dei propri cari; così come scrisse in due articoli del 1919: La leggenda dell’amor materno e Le donne e la guerra, accusando indistintamente: «fabbricatrici di proiettili, impiegate, dame patriottiche, crocerossine, pescecagne». Questa complicità, oltre che la maggioranza delle donne del popolo e della classe lavoratrice – pur se non mancarono diverse ribellioni – vide peraltro l’ancor più grave responsabilità di donne, intellettuali e progressiste, che sostennero e propagandarono le ragioni della guerra, prima in Libia e poi durante il primo conflitto mondiale: da Matilde Serao ad Ada Negri, da Margherita Sarfatti ad Anna Franchi.

Pur auspicando il prevalere della pace «su la tempesta di fuoco e di sangue che imperversa senza tregua» per l’affermarsi della fratellanza umana, la sua opposizione alla guerra non è pacifista né religiosa: «nel trionfo bestiale delle forze nemiche e nell’abuso spudorato che se ne fa contro di noi, per il nostro annientamento e la nostra soppressione, contro ogni diritto ed ogni giustizia, non ci sia che una preparazione: quella degli animi, per la rivincita di domani. Abbeveriamoci di fiele, amici, nutriamoci di collera, perché per il giorno che verrà si sappia essere spietati ed insensibili. Alleniamo lo spirito alla vendetta, indurendolo nello spettacolo feroce di questa criminosa gazzarra di potenti, in cui tanto strazio si fa d’ogni sentimento umano».

Conclusasi la “Grande guerra”, Nella s’immerge nel clima di riscatto sociale e di speranze rivoluzionarie, ma sempre consapevole della necessità di rinnovare l’umanità anche moralmente, per una maggiore consapevolezza individuale: «Se non si tiene conto della materia uomo e si attribuisce la sua elevazione e la sua perfezione ai miracoli del determinismo economico, la rivoluzione darà delle sorprese».

Rifiutando l’etichetta di “educazionista”, «sogna la punizione esemplare di quelle classi che monopolizzando tutti i mezzi ed attribuendosi tutti i diritti, hanno fatto scempio delle qualità più belle e più nobili dell’uomo, degradandolo al livello del bruto e dello schiavo» e «che una immensa rivoluzione sconvolga il mondo, distruggendo ordini, leggi ed usanze, lasciando sfrenarsi l’insurrezione di tutte le passioni esasperate, sature di sofferenza, avide di revanche, affamate di vendetta» Ed aggiunge: «qualunque sistema nascesse all’indomani della grande rivoluzione, sarà sempre migliore del sistema nefando e obbrobrioso, sotto cui agonizziamo! […] io ho immedesimato l’Anarchia nell’Umanità nuova, che certamente sarà il prodotto d’un profondo cambiamento di regimi sociali, ma non potrà essere l’immediato risultato d’una rivoluzione».

Nuovamente arrestata nel 1921 e poi costantemente sorvegliata durante il regime fascista, mantenne le proprie convinzioni e riflessioni attorno alla costante ricerca di un equilibrio tra libertà individuale e responsabilità collettiva, «in quanto che la libertà individuale sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà il rispetto reciproco di essa».

 

Ercole Ongaro, Nella Giacomelli. Un’anarchica controcorrente, con prefazione di Maurizio Antonioli, Milano Edizioni Zero in Condotta, 2019, pp. 188, Euro 15.00

 

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