Epitaffi dei miei personaggi e due canti

Immortali ombre, ascoltate anche
fra tante insanie, l’esile lamento di
UTOPIA.

di Jean Rabe

Un accreditato critico letterario, Luigi Baldacci, una volta ebbe a scrivere: «Non è ardua profezia dire che un giorno, come si fa oggi per certi pittori del Sei-Settecento toscano, anche il nome di Riccardo Marchi risulterà essenziale alla completa descrizione di un quadro letterario».

Dopo oltre un quarantennio, tale profezia resta sospesa e, come in altri innumerevoli casi, prevale lo sconcerto su come sia possibile che l’opera di uno scrittore-poeta-giornalista-critico-novelliere-traduttore-storico quale Riccardo Marchi (1897-1992) rimanga ancora sotto la linea di galleggiamento della notorietà, persino nella sua Livorno, quando meriterebbe considerazione ben oltre i confini del provincialismo italiano.

I suoi libri e le sue carte sono conservate presso la biblioteca comunale di Massa Marittima, dove trascorse l’ultimo periodo della sua vita, intessendo un intenso rapporto con quel territorio maremmano, allo stesso tempo così vicino e lontano dalla realtà portuale livornese.

I racconti di Marchi, pur se più volte editi, ma sempre stampati a basse tirature, sono ormai antiquariato; eppure, a Livorno se si vuole trovare un affresco veritiero dei luoghi, degli abitanti e degli stati d’animo che l’hanno popolata nel secolo scorso, non si può che entrare nei suoi tanti racconti. I livornesi, invece, generalmente stentano a riconoscersi o, forse, non vogliono riconoscersi nelle sue narrazioni che contraddicono il mito di una risibile livornesità che rende non solo differenti, ma migliori quanti ebbero la sorte di nascere dentro il Pentagono del Buontalenti.

Non casualmente, il giovane livornese Anteo Sparapani, di padre ignoto, il protagonista a cui senz’altro Marchi ha dedicato più affetto e inchiostro in ben cinque libri, viene da lui ricordato, senza indulgenze, come «vigliacchetto, subdolo, millantatore, ladruncolo, bifronte, un poco eroe».

Eugenio Cecconi, “Cenciaiole livornesi” (1880)

Così è tratteggiato in quella che, ad avviso di chi scrive, è l’opera più significativa quanto misconosciuta di Marchi: Epitaffi dei miei pesonaggi e due canti, ossia una raccolta di poesie che possono ricordare una Spoon River labronico-maremmana dove giacciono, inquietamente, gli uomini, le donne e i ragazzi che hanno animato e attraversato i tanti romanzi scritti dall’autore lungo svariati decenni.

Trasparente l’intento dell’autore – ormai ottantenne – non di seppellirli, ma di salutarli e affidarli a futura memoria, come parte anche del suo vissuto.

Assieme, le immaginarie lapidi formano un quadro collettivo pulsante di vita, nei suoi diversi aspetti, anche imbevuti di cruda amarezza e bruciante rivolta, definendo un contesto marginale segnato da «nera miseria, monarchia, catene, fame e servaggio», ma anche dove valgono altre leggi e altre morali.

Il libro contiene anche due perle: Valle aspra ed Elegia del secolo.

Dal primo, ecco qualche verso, rimasto impigliato nella mia rete.

Lontano mare, uggiato da sulfurei vapori,
chissà se pure in te gemono crucci
di presunti peccati o sommuovono risacche
di naufraghi antichi, delitti
pensati e non commessi.
Pure in te, mare,
ancestrale coscienza di colpa?

 

Riccardo Marchi, Epitaffi dei miei personaggi e due canti, Cittadella, Rebellato editore, 1977

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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