I minatori della Maremma

«Una volta, non vi era stagione in cui la popolazione dei minatori, alla superficie come nelle profondità della terra, non animasse quel territorio. I grandi carriaggi carichi di carbone passavano giorno e notte; le rotaie, oggi sotterrate sulle loro traversine imputridite, cigolavano sotto il peso dei vagoni. Adesso la strada di pietre e di terra si sostituiva a poco a poco alle vecchie tranvie della miniera… Il suolo, insudiciato una volta dalla polvere di carbone, aveva ora un aspetto lindo…»
(Jules Verne, Le Indie nere)

di Jean Rabe

Il passato minerario della Maremma toscana è ormai parte degli itinerari turistici, comprendenti musei multimediali, viste guidate nelle gallerie rese accessibili e persino un parco minerario naturalistico, tra le Colline metallifere e i monti dell’Amiata, anche se questa scomparsa realtà estrattiva comprendeva pure l’Isola del Giglio.

Nonostante l’impegno di tanti ricercatori e i curatori di questi luoghi della memoria, prevale comunque l’impressione che i visitatori non si rendano del tutto conto di cosa ha significato, sino agli anni Sessanta del secolo scorso, il lavoro in miniera e la dimensione umana e sociale ad esso collegata, in una terra che non casualmente venne definita come amara, non solo a causa della malaria e della miseria endemica ma anche per condizioni di sfruttamento non molto dissimili a quelle della prima rivoluzione industriale.

Il paradosso, infatti, è che a fronte dei profitti realizzati dalle compagnie minerarie – a partire dalla monopolistica Società Montecatini – vi erano le fatiche, le privazioni e i rischi mortali attraverso cui i minatori trasformavano i giacimenti di argento, rame, ferro, pirite, mercurio, cinabro, carbone fossile e lignite, in risorse e ricchezze.

Da qui, la parallela storia di conflitti e insorgenze assieme alla consistente presenza anarchica, sindacalista e comunista, che si contrapponeva ai «nababbi del sottosuolo», così come ebbe a definirli Carlo Cassola.

Isola del Giglio: minatori in uscita lungo la discenderia.

Se in questi ultimi anni, i libri di Alberto Prunetti (soprattutto Potassa e Piccola Controstoria Popolare) hanno sensibilmente contribuito a far conoscere una Maremma fuori da certa romantica iconografia agreste, tra butteri e briganti, che riporta invece ai ritmi della produzione industriale e all’antagonismo operaio, rimane il fondamentale I minatori della Maremma, autentico lavoro d’inchiesta sociale risalente alla metà degli anni Cinquanta.

Gli autori erano due ruvidi maremmani, diversi per stile letterario ma simili per intransigenza morale, Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, che già avevano rispettivamente scritto di miniere e minatori su vari giornali (Il Mondo, Avanti!, Comunità).

Il risultato del lavoro appare ancora significativo, in quanto ad un’attenta e circostanziata ricostruzione storica dell’economia mineraria, con una ricca documentazione riguardante orari, salari, infortuni, rivendicazioni sindacali e interessi padronali, si aggiungono gli eventi che più hanno segnato queste zone: la povertà contadina, lo squadrismo fascista al servizio dei signori, le guerre, la resistenza, le rappresaglie naziste, i terribili incidenti nelle gallerie.

Ma forse, a distanza di oltre un sessantennio, la lettura più coinvolgente è quella delle esemplari e sentite biografie di alcuni minatori, sia maremmani che immigrati da altre regioni, che chiudono il libro.

L’appendice reca questa premessa: «I minatori sono gente assai parca nel parlare. Di sé, della propria vita, dicono pochissimo. Di qui la brevità di queste biografie, che è conforme, vorremmo dire, alla loro mentalità».

Una mentalità essenziale per attitudine e non certo per incultura. Assai interessante, siamo nel 1955, l’elenco dei libri maggiormente letti così come risultava dai prestiti della biblioteca del circolo culturale di Massa Marittima. Se, in gioventù i minatori più anziani si erano “formati” sui romanzi sociali, come Il tallone di ferro di Jack London, o attraverso le poesie di Targioni Tozzetti, adesso gli autori preferiti erano Vasco Pratolini, Moravia, Lawrence ed Hemingway.

 

Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, I minatori della Maremma, Bari, Laterza, 1956.

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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