Io, pacifista in trincea

Avevo osato essere un profeta e, per questo, adesso, mi stavo unendo ai pazzi.

di emmerre

Nato a Palermo nel 1892, l’italo-americano Vincenzo D’Aquila, partito volontario per la grande guerra, fu uno dei circa 40 mila soldati dell’esercito italiano – oltre ad un numero imprecisato di prigionieri degli Imperi Centrali – che passò attraverso le strutture manicomiali italiane come “alienati” di guerra, sovente sotto il sospetto di simulazione e per questo sottoposti al trattamento delle “correnti faradiche” sia a presunto scopo terapeutico che inquisitorio.

Vincenzo D’Aquila aveva creduto, come molti altri immigrati, che fosse suo dovere correre ad arruolarsi e a combattere per la patria, pur essendo ormai per metà cittadino americano, ma i suoi sentimenti mutarono presto a contatto con la cruda realtà del conflitto. E, di fronte alla caduta di senso nel trovarsi a diretto contatto con la morte propria ed altrui, la sua dissociazione imboccò la strada dell’obiezione di coscienza con motivazione religiosa:

Se non nutrissi il profondo desiderio di unirmi al mio prossimo, ai miei fratelli di buona volontà, per lottare insieme e porre fine a questa schiavitù sociale che è la guerra, una schiavitù in cui siamo ancora imprigionati a dispetto degli insegnamenti di nostro Signore Gesù, allora sì, dovrei preoccuparmi per la mia sanità mentale.

In simili casi di “delirio mistico”, per gli psichiatri – militari o civili che fossero – le diagnosi possibili erano drastiche: per il caporale D’Aquila nel manicomio di Udine quella sentenziata fu di «demenza precoce» mentre in quello di Siena si ridusse a «psicosi ciclotimica», consentendo dopo nove mesi d’internamento il suo definitivo allontanamento dal fronte.

Un epilogo senz’altro fortunato, stante le premesse e gli spietati meccanismi disciplinari. Ben più della protezione divina, probabilmente pesò il fatto che comunque non era un suddito italiano e che le sue argomentazioni sulla fraternità cristiana – pur se meno criminalizzate di quelle sovversive – potevano “contaminare” alla stregua della propaganda disfattista altri soldati già stanchi della guerra, non solo in trincea ma anche dentro le strutture ospedaliere.

Eloquenti le annotazioni mediche nella sua cartella clinica, alcune al limite del paradosso, quali l’«indebolimento dei poteri di critica» o l’«attività delirante a contenuto assurdo».

A distanza di quindici anni, D’Aquila, tornato negli Stati Uniti ed ormai stimato imprenditore, decise di scrivere e pubblicare le sue memorie «di guerra e di pazzia» in un libro che soltanto adesso è stato pubblicato in Italia, a cura di Claudio Staiti al quale va il merito di aver trovato, tradotto, studiato e puntualmente inquadrato le vicende narrate, col supporto di una ricca prefazione storica di Emilio Franzina.

E proprio i testi di Staiti e Franzina rappresentano le parti più importanti del libro, in quanto – a modesto avviso di chi scrive – il racconto di D’Aquila, pur non privo di aspetti interessanti o comunque di notizie poco note, rimane di difficile interpretazione storiografica. Appare, infatti, problematico districarsi nel suo narrare tra realtà vissuta e invenzione; tra “follia” vera e simulata; tra altruistica vocazione spirituale e furbesco opportunismo. Uno sconcertante racconto, su molti margini, in cui  l’incredibile succedersi degli eventi pone diversi interrogativi sulla sua attendibilità.

Se è pur vero che dentro il contesto della guerra tutto può avvenire, se non si vuole credere al ruolo dell’«invisibile guardia del corpo» a cui si riferisce D’Aquila, convinto d’essere protetto dal «potere divino» in virtù del suo voto di non uccidere, si dovrebbe comunque concludere che ha avuto la fortuna di nascere sotto una buona stella, riuscendo a passare indenne attraverso situazioni di estremo pericolo.

Ancora una volta, chi scrive – per di più a distanza di molti anni – le proprie esperienze non può essere esente dalla tentazione di rivederle e risistemarle, rendendole più coerenti sia per i lettori che per la propria memoria. Traspare, infatti, una certa aspettativa per la divulgazione e l’accoglienza del suo scritto biografico; inoltre, come ben evidenziato dal curatore, tra le sue righe si possono rintracciare riflessioni, influenze e riferimenti mutuati da numerose letture.

Ma, aldilà di queste annotazioni, resta il fatto di come un giovane partito volontario vide sconvolte e trasformate le proprie convinzioni a seguito del suo conoscere gli orrori bellici, finendo tra quelle “anime perdute” che, in modo diverso, incarnavano il rifiuto non recuperabile della guerra.

Per quanto riguarda la ricerca storica, probabilmente il capitolo che suscita il maggiore interesse è quello – emblematicamente intitolato Giocatori d’azzardo – in cui vi è una rara e veritiera descrizione dei volontari e coscritti italo-americani in viaggio per mare verso quella che credevano una veloce e gloriosa avventura. Pur senza nutrire eccessive illusioni sulle risorse di quel paese che avevano lasciato: «diversi, ad esempio, credevano che il governo fosse troppo povero per pagare il loro equipaggiamento militare. Pieni di lodevole zelo, erano talmente entusiasti di andare a difendere la propria madrepatria, che avevano essi stessi provveduto ad armarsi a loro spese […] In sette grandi casse furono ammassati pistole, rivoltelle, fucili automatici, fucili a canne mozze, manganelli, coltelli a serramanico, stiletti e altri simili attrezzi».

Infine, guardando all’ininterrotta tragedia delle guerre, un’ultima riflessione sorge riguardo i limiti di un pacifismo testimoniale che, pur asserendo con coraggio i valori della fratellanza, non perviene al suo tradursi in scelte conseguenti quali l’insubordinazione e la diserzione, così come furono messe in atto da numerosi giovani siciliani, coetanei di D’Aquila. Molti di loro  si rifugiarono in zone rurali e zolfare interdette alle forze dell’ordine, vivendo di espedienti e solidali complicità. Secondo un rapporto dei carabinieri reali, nel settembre 1916 (proprio mentre D’Aquila usciva dal manicomio di Siena), nelle province sotto la giurisdizione della Legione territoriale di Palermo si contavano ben 5.396 disertori e 64.523 renitenti che, evidentemente, avevano preferito giocare un altro azzardo.

 

Vincenzo D’Aquila, Io, pacifista in trincea, a cura di Claudio Staiti, con prefazione di Emilio Franzina, Roma, Donzelli editore, 2019, pp. 258, con foto, euro 28.00.

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