Le erbe delle streghe nel medioevo

«Ricordati che il miglior medico è la natura: guarisce i due terzi delle malattie e non parla male dei colleghi» Galeno di Pergamo, medico greco, 129–201 circa

Nel giorno del solstizio d’estate vi propongo la lettura de Le erbe delle streghe nel medioevo in libro dove si parla a lungo del solstizio d’estate poiché tradizionalmente in questo momento dell’anno si raccoglievano alcune erbe che servivano sia per preparare medicamenti sia per allontanare gli spiriti maligni che in questa data particolare potevano nuocere.

La regina di queste erbe è sicuramente l’iperico, detta anche e non a caso Erba di San Giovanni, che raggiunge il suo momento di raccolta proprio intorno a questo periodo e alla quale, fin dai tempi di Plinio, sono riconosciute proprietà curative in caso di ustioni, dolori articolari ma soprattutto è famosa come forte cicatrizzante, tanto da meritarsi anche l’appellativo di Erba del soldato. Ma all’iperico, così come ad altre erbe di questa stagione, si attribuiva anche la capacità di allontanare gli spiriti maligni e di tenere alla larga le streghe che si radunavano per il sabba solstiziale.

In effetti basta iniziare a leggere la storia e le proprietà di qualcuna delle piante menzionate nel libro per imbattersi in un cortocircuito piuttosto prepotente: da un lato le donne erano le custodi di un sapere empirico sull’uso medicinale delle piante poiché a loro generalmente era affidata la cura dell’orto e la raccolta delle erbe, dall’altra questa sapienza gettava su di loro ombre e sospetti perché le virtù di queste piante non sono solo positive.
Il già citato Plinio, ad esempio, si lamenta dell’ingiusto credito di cui godono queste “curatrici” a scapito della scienza ufficiale, mentre  nella Roma nel II secolo prima di Cristo abbiamo notizia di un grande processo che aveva condannato più di duemila donne per aver provocato una misteriosa epidemia.

È un mondo complesso ma con una sua forte unità: così come la parola greca pharmacos indica sia il veleno che il suo antidoto, le stesse piante che curano patologie possono essere utilizzate per compiere malefici e allo stesso tempo per proteggersi da questi.
Tale sapienza e le figure che la esercitano sono tenute in grande considerazione e vengono anche tollerate in seno alla cristianità per molto tempo, basti pensare al caso di Santa Ildegarda che attinge a questo patrimonio “popolare” a larghissime mani pur essendo Santa e Dottore della Chiesa. Ma, nel momento in cui la Chiesa arriva a spezzare questa unità attribuendosi il diritto di gestire in via esclusiva la sfera trascendentale, il conflitto è inevitabile e si giunge presto alle violenze e alle persecuzioni che conosciamo.

Fiori di Iperico, o Erba di San Giovanni

La notte di San Giovanni, ovvero il solstizio d’estate, rappresenta uno di quei momenti in cui si credeva che il confine tra terreno e ultraterreno fosse più lieve e facile da oltrepassare, per questo motivo si poteva approfittare di quella notte per la divinazione, per propiziarsi la buona sorte ma soprattutto era necessario tenere alla larga gli spiriti cattivi che allo stesso modo potevano circolare sulla terra.
Nella campagna toscana da cui provengo sono tantissime le “usanze” pseudo-magiche uscite dalla finestra dei nostri antenati pagani e rientrati dalla porta del culto di San Giovanni: attraverso varie pratiche si poteva scoprire il nome del proprio futuro marito, arrivare a sognarlo, ci si poteva sbarazzare delle situazioni non gradite bruciando vari fantocci nei falò, addirittura “rimbelloccire” – ossia diventare più belli – bagnandosi con la rugiada di quel giorno e sempre al medesimo scopo ci si poteva lavare il viso con un’acqua lasciata fuori tutta la notte e in cui erano state lasciate macerare – di nuovo – delle erbe particolari.

Ovviamente è un sostrato comune a tutta la penisola, che ha resisto in modo sorprendente anche se talvolta poco organico, al passaggio da un sistema religioso all’altro e di cui le pagine di Rossella Omicciolo Valentini ci danno un ampio resoconto e che vi invito a leggere. Ma, oltre a questo aspetto se vogliamo più folklorico, il libro affronta ovviamente anche il tema della violenza scatenata dal mondo cristiano contro tutte queste figure che spesso e volentieri si collocavano ai margini della società e mettevano le loro conoscenze erboristiche al servizio delle necessità altrui ma che spesso non erano ben viste dalla morale o dalla religione corrente come poteva essere ad esempio il caso di un aborto.

Come accennavo prima, in tutto l’Alto Medioevo la Chiesa conviveva più o meno serenamente con questo mondo “magico” che oltretutto era stato dichiarato inesistente, limitandosi a combattere le superstizioni instillate dal maligno con preghiere e penitenze. Infatti, la Chiesa in quel periodo storico disconosceva un legame tra stregoneria e eresia e sostanzialmente invitava gli inquisitori ad occuparsi di altro.
Ma poi le cose iniziarono poi a cambiare:

«…in una bolla del 1260, Alessandro IV, che solo pochi anni prima aveva sconsigliato agli inquisitori di non occuparsi delle streghe, cominciò a distinguere tra sortilegi semplici e sortilegi misti a eresia. (…)
Sarà papa Giovanni XXII, nel 1362, con la bolla “Super illius specula” ad associare specificatamente la stregoneria all’eresia e ad iniziarne la persecuzione.  A rafforzare questa ipotesi giunge, nel 1450, il Tractatus contra daemonum invocatores di Jean Vineti (…) il quale afferma che la stregoneria è una nuova eresia che nulla ha in comune con le antiche credenze contadine tollerate in passato dalla chiesa. Questa distinzione tra stregoneria vecchia e nuova era di grande importanza tecnica, perché consentiva di aggirare l’ostacolo del Canon Episcopi che aveva negato alla magia un fondamento di realtà, considerandolo un errore nato dalla mente di povere donne.»

L’ultimo rogo per stregoneria è tradizionalmente considerato quello avvenuto in Polonia nel 1793, mentre in Italia l’ultimo episodio delittuoso in cui è stata uccisa una strega è avvenuto in Val Mastellone (Vercelli) nel 1828. Da allora, con l’avvento della psicanalisi, le streghe furono associate a donne malate di isteria, anche se l’idea non era certo nuova poiché già nel Rinascimento era stata ripresa l’originaria posizione della Chiesa che considerava le streghe nient’altro che delle povere malate di mente.[1]

Fu così che per queste donne si spensero i roghi della Chiesa e si aprirono le porte dei manicomi. Questo passaggio nel libro viene visto come un miglioramento, poiché queste “povere donne” venivano finalmente “curate negli ospedali”, ma personalmente ritengo che si debba dubitare fortemente di questo miglioramento che in tutto e per tutto replicava lo stesso schema di repressione, violenza e annientamento del debole o del diverso.

 

Rossella Omicciolo Valentini, Le erbe delle streghe nel medioevo, Edizioni Penne e Papiri, Roma 2010

 

[1] In effetti vi sono molti racconti e testimonianze in cui le persone accusate di stregoneria affermano con convinzione di aver volato o di aver sperimentato altre forme di viaggi extracorporei. In realtà anche questo aspetto si ricollegava all’utilizzo comune che veniva fatto delle piante: le stesse erbe che si usavano per curare potevano provocare esperienze allucinatorie come avviene con il giusquiamo, pianta ricca di scopolamina e atropina e capace di indurre il deliro erba può provocare deliro e forti allucinazioni tra cui la sensazione di volare.

 

Due precisazioni:

Forse è superfluo, ma mi preme ricordare che il libro in questione è un saggio storico, non un manuale per apprendisti stregoni, pertanto sarebbe opportuno limitarsi a leggerlo e astenersi dal cominciare a intrugliare con erbe che non si conoscono e che sono potenzialmente pericolose, al fine di scongiurare il pericolo di finire al creatore prima delle vacanze estive.

All’interno del post uso la parola “pagano” e i suoi derivati per comodità, poiché nonostante il valore ingiustamente dispregiativo che essa ha assunto attraverso il cristianesimo, resta il modo più pratico per indicare tutti quei culti che hanno preceduto la cristianizzazione.
Tuttavia, in questa sede non s’intende dare alcun giudizio di valore sulle credenze e sugli impianti culturali che hanno caratterizzato per lunghi secoli popoli assai diversi.
A livello storico (e a mio personalissimo avviso) lo schema di credenze religiose di un greco antico non ha meno “valore” di quello di un cattolico contemporaneo e volerlo ridurre a una mera superstizione, o peggio considerarlo “primitivo”, è un grave errore storico e antropologico.
Anche questo probabilmente è superfluo ma, visto il revival di certe tendenze oscurantiste, forse non lo è così troppo.

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