Mare portoghese

Valse la pena? Tutto vale la pena
se l’anima non è angusta.
Chi vuole andare oltre il Capo Bojador
deve passare oltre il dolore.
Dio dette al mare pericolo e abisso,
ma è nel mare che rispecchiò il cielo.

Il 13 giugno 1888 nasceva a Lisbona Fernando António Nogueira Pessoa e quest’anno ho deciso di “festeggiarlo” con quella che probabilmente è la mia poesia preferita di sempre, pur continuando a trovare inutili e prive di senso classifiche e graduatorie varie.

La seconda strofa l’ho imparata a memoria quasi vent’anni fa e col tempo è diventata una sorta di mantra da bisbigliare a me stessa tutta le volte che la vita mi pone di fronte alla difficile domanda: “Valse la pena’?”.

La risposta è sì, ne vale sempre la pena se l’anima non è meschina. A questo proposito  Pessoa utilizza la parola “pequena” che come è facile intuire significa “piccola” e che Tabucchi saggiamente rende con “angusta”. Tutto può valere la pena a seconda di quanto è grande la nostra anima: se è angusta, piccola e meschina, ci sarà spazio per poche cose, soprattutto non ci sarà mai spazio per il sogno, l’illusione e la speranza. Tutte cose pericolosissime, siamo d’accordo, ma probabilmente irrununciabili come sembra far eco da un altro componimento dello stesso poema il Re Dom Sebastião.

Ma non facciamo in tempo a essere rincuorati e sostenuti da questa folle fiducia, che subito il poeta ci avverte che per doppiare il Capo Bojador[1] della nostra vita dobbiamo essere disposti a pagarne il prezzo che solitamente è commisurato in lacrime, le stesse che hanno versato quanti pagarono il più altro tributo alle scoperte marittime lusitane.

O salso mare, quanto del tuo sale
sono lacrime del Portogallo!
Per solcarti, quante madri piansero,
quanti figli pregarono invano!
Quante promesse spose restarono promesse,
perché tu fossi nostro, o mare!

Valse la pena? Tutto vale la pena
se l’anima non è angusta.
Chi vuole andare oltre il Capo Bojador
deve passare oltre il dolore.
Dio dette al mare pericolo e abisso,
ma è nel mare che rispecchiò il cielo.

(Fernando Pessoa, da Mensagem, 1934, traduzione di Antonio Tabucchi in Una sola moltitudione, II vol., Adelphi, 1984)

Questa poesia era già stata menzionanta nel post dedicato a Tefteri, il libro dei conti in sospeso, altro libro molto interessante allorché ci si appresta a fare i conti con la vita, ma in generale spunti su Pessoa non mancano all’interno di questo blog, cercare per credere.

 

Testo in lingua originale:

Mar portugues

O’ Mar salgado, quanto de teu sal
Sao làgrimas de Portugal!
Por te cruzarmos, quantas maes choraram
Quantos filhos em vao rezaram !
Quantas noivas ficaram por casar
Para  que fosse nosso, ò mar!

Valeu a pena?Tudo vale a pena
Se a alma nao é pequena.
Quem quer passar além do Bojador
Tem que passar além da dor.
Deus ao mar o perigo e o abismo deu,
Mas nele é que espelhou o ceu.

(Fernando Pessoa, da Mensagem, 1934)

[1] Promontorio della costa nordoccidentale africana a sud delle isole Canarie. Era considerato il limite oltre il quale non si poteva navigare, perché si credeva che i venti e le correnti avrebbero impedito la via del ritorno.
Quando Gil Eanes, nel 1434, doppiò Bojador e fece ritorno, cadde una barriera non solo fisica, ma soprattutto psicologica e da allora le imprese marittime portoghesi conobbero un significativo sviluppo.

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