Le verdi praterie

Dai ricordi d’infanzia e da alcuni altri si sprigiona un sentimento di inaccaparrato, e quindi di fuorviato, che considero il più fecondo che esista.
(A. Breton)

 

di emmerre

Ogni generazione, ad un certo punto, avverte il bisogno di lasciare delle tracce scritte del proprio vissuto, anche per cercare di dimostrare a sé e agli altri che le sue esperienze non valgono meno di quelle ascoltate dalle generazioni precedenti.

Tentativo questo inutile, perché comunque i padri e i nonni continueranno a guardare con sufficienza alla vita di figli e nipoti, mentre all’orecchio dei giovani dell’ultima generazione i racconti della penultima suonano irreparabilmente come sorpassati, estranei.

Appartenendo – anche chi scrive – alla generazione che ha vissuto la propria infanzia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, di fronte a chi aveva conosciuto le guerre mondiali, la resistenza od anche semplicemente il Sessantotto, prevaleva un misto di invidia e di inadeguatezza, come se la storia avesse voluto negarci ogni occasione e persino una qualche dignità anagrafica.

Cosa avremmo raccontato ai nostri nipoti e, soprattutto, ci sarebbe stata offerta la possibilità di vivere qualcosa di straordinario o di guardare con orgoglio o almeno rispetto verso la nostra esistenza?

Analogamente, con ogni probabilità, il nostro passato non merita l’attenzione di chi oggi non ha ancora vent’anni: troppo grande è la distanza – e non solo temporale – che ci separa e, tutto sommato, forse è meglio così, perché non si cresce e non si acquisisce la possibilità di autodeterminarsi seguendo modelli, miti e figure esemplari di altre stagioni.

Quasi impossibile trasmettere o insegnare la passione per la ricerca di orizzonti non alienati.

Per cui, aldilà delle migliori intenzioni, verosimilmente libri come quello, intenso ma non troppo nostalgico, di Pippo Guerrieri hanno come interlocutori privilegiati coloro che, aldilà della residenza geografica, hanno attraversato quegli anni agitati. Quegli anni Settanta che videro, per centinaia di migliaia di giovani, una diversa scansione del tempo, un altro anelito, assieme ad una tensione quotidiana che dava e prendeva un presente in movimento.

Al punto che era normale parlare di rivoluzione come imminente circostanza da attuare, senza alcuna fretta o premura di figurarsi una futura normalità, fatta di famiglia e lavoro, ma anche nell’illusione che ci fosse ancora abbastanza tempo davanti per farla davvero mettendosi in gioco sino in fondo.

In molti, in realtà, si sono salvati senza finire in banca (smentendo Venditti) ed è quasi scontato il reciproco riconoscersi in ricordi, racconti ed immagini, sul filo di una complicità ancora aperta e disponibile che niente ha da rinnegare.

Pippo è senz’altro tra questi ed è piacevole seguirlo nelle sue storie che appartengono, appunto, a molti altri, attraverso mezzo secolo di mutamenti sociali e politici, nonché di trasfigurazioni urbane e ambientali, ma soprattutto narrano emozioni e incontri umani, dalla provincia più meridionale all’alta Valdisusa, e ritorno, lungo una ferrovia che, sempre, all’incontrario va.

Mi trovo ad attraversare questa via di fantasmi portandomi a spasso i ricordi come ombre che sfumano al calar della sera… Sagome trapassate nelle verdi praterie dell’oblio…

 

 

Pippo Gurrieri, Le verdi praterie. Passato e presente, Sicilia Punto L, Ragusa, 2017, Euro 8.00.

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