I dannati della ferrovia

in treno, s’intende,
si diventa fratelli
dopo un secondo
come in trincea

Giovanni Gerbino

di emmerre

Quando da bambino, alla domenica, il babbo mi portava a vedere i treni alla stazione di Firenze Rifredi ero sempre incuriosito dall’invisibilità del macchinista. Riconoscevo il capotreno, come lo era stato mio nonno, il capo-stazione col berretto rosso e gli addetti, coperti di grasso, a sganciare i vagoni. Mi era familiare pure l’operaio che raccoglieva le cartacce tra i binari con un bastone appuntito… ma il macchinista che pure suscitava la mia ammirazione rimaneva nascosto alla vista, rintanato nella cabina di guida del locomotore o di qualche superstite locomotiva.

Con simile premessa, il libro dell’amico Alessandro Pellegatta non poteva non suscitare il mio interesse, visto che racconta molte storie, ai confini del mito, di ferrovieri macchinisti così come lo è lui stesso.

«L’approccio narrativo seguito dall’autore – scrive Giorgio Sacchetti nell’Introduzione – coniuga il pathos della dimensione individuale con le ragioni di quella collettiva e, nella ricchezza e nella moltiplicazione dei casi singoli, connette le storie alla Storia».

Inoltre, per diversi motivi, il viaggiare in treno, macinando ogni anno migliaia di chilometri, da Lecce a Bolzano, è per me un’esperienza mai noiosa e lo sferragliare sui binari mi ricorda un po’ Eugenio Finardi quando cantava il diesel come il ritmo della vita.

Binari che portano lontano nel tempo e nello spazio, testimoni e protagonisti di grandi fatti storici: dal treno di Lenin a quelli della rivoluzione messicana, dai treni blindati come quello raffigurato dal futurista Severini ai tragici convogli della deportazione nei lager.
Binari riflettenti le contraddizioni sociali, nei treni per i ricchi e in quelli per i poveri, in vetture rigidamente divise per classi.
Ma anche luoghi dove scorrono la vita, i paesaggi, gli incontri fortuiti, ma anche le lotte e sovente la morte sul lavoro di coloro che, giorno e notte, conducono queste macchine metalliche attraversando territori, città, frontiere.

Persino nella storia del movimento operaio, i ferrovieri sono stati la seconda categoria, dopo i tipografi, ad organizzarsi in sindacato e furono, in prima persona, i protagonisti della diffusione degli ideali repubblicani, anarchici e socialisti per l’emancipazione degli sfruttati.

Ne I dannati della ferrovia, l’autore ha raccolto 27 storie, lungo l’arco di un secolo, dagli inizi del Novecento ai primi anni del Duemila, raccogliendo memorie orali e documenti d’archivio che fanno conoscere la realtà della ferrovia, segnata da incidenti e processi che non mettono mai in discussione le responsabilità di chi sta in alto. Ventisette vicende che, soprattutto, rompono proprio quell’invisibilità che fanno immaginare il macchinista non un essere umano ma una propaggine, senza volto, della stessa macchina. E questa immagine che quasi lo assimila ad un automa fa sì che nella cosiddetta opinione pubblica sia ancora facile scaricare velocemente e comodamente sull’errore umano la causa di ogni disastro ferroviario.

Si potrebbe persino dire che appare persino scontato che, nella visione ormai dominante per la quale la macchina non può sbagliare, la colpa va ricercata soltanto dell’errore dell’essere (troppo) umani o non abbastanza disumanizzati, ancora prima che venga compiuta un’indagine o concluso un processo.
Basterebbe invece scorrere l’elenco dei lavoratori delle ferrovie (personale viaggiante, deviatori, operai…) vittime sul lavoro per rendersi conto di cosa significa realmente svolgere questa attività, nonostante l’esaltazione tecnologica dell’alta velocità, e comprendere le sacrosante ragioni degli scioperi in tale settore che, al contrario, dovrebbero vedere la solidarietà di tutte le persone che usufruiscono di questo mezzo pubblico di trasporto che la logica del profitto vuole sempre meno popolare. I turni massacranti, i disagi dei fuorisede, le difficili condizioni di vita o la riduzione del personale di macchina non dovrebbero infatti riguardare solo quanti lavorano in ferrovia, ma essere considerati questioni riguardanti quella sicurezza che tutti reclamano.

«Uno dei tanti crimini – annota appunto Pellegatta riferendosi alla Sicilia, ma non solo – imputabili al parassitismo politico italiano è senz’altro quello dell’indiscriminata soppressione di interi pezzi della rete ferroviaria secondaria: linee che raggiungevano gli angoli più remoti a “impatto zero”, trasportando a bassa velocità gioie, dolori, speranze di popolazioni di cui ci si ricordava solo in occasioni dei rinnovi elettorali».

Un’emozionante lettura di viaggio, ovviamente in treno, contro la noia dello smartphone.

 

Alessandro Pellegatta, I dannati della ferrovia, (con Introduzione di Giorgio Sacchetti), Milano, ExCogita, 2017, pp. 134, con foto, Euro15,00

 

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