Nebbia

La nave solca l’oceano infinito
e nei suoi cristalli,
tutti eguali,
non lascia traccia del suo errante solco
né orma nel suo grembo.
No, è soltanto,
la nave stessa, sì, rapida o lenta,
quella che conserva le onde che passarono,
o quelle che furono soltanto
sogni del mare.

Miguel de Unamuno

di Jean Rabe

L’opera letteraria di Miguel De Unamuno (Bilbao 1864 – Salamanca 1936) ha da sempre conosciuto, in Italia ma non solo, momenti altalenanti di attenzione e apprezzamento ed ancora meno conosciute restano le sue poesie, i testi teatrali e le riflessioni filosofiche.

Stranamente, a lui dedicato, è appena uscito un saggio pubblicato dalla Libreria editrice vaticana, nonostante che i cattolici lo abbiano a lungo osteggiato per il suo anticlericalismo.

Forse, nella sua vita, si sono andate sommando troppe contraddizioni e inquietudini per essere pienamente accolto da una qualche chiesa, non escluse quelle intellettuali e ideologiche.

Già questa sua non-collocazione dovrebbe suscitare una certa curiosità e, per quanti vorrebbero avvicinarlo, non si può non raccomandare la lettura di Nebbia, ritenuto il suo romanzo più filosofico e, allo stesso tempo, poetico. Peraltro, scritto in uno stile, giustamente definito come “pirandelliano” anche se antecedente ai Sei personaggi in cerca d’autore, che per certi versi rimanda agli eteronimi e alle moltitudini interiori di Pessoa.

Un racconto che, sotto la superficie di un romanzo sentimentale, attraversa le acque della metafisica e della politica, della lotta umana e dell’erotismo, senza uscire da quella nebulosa che è la vita; non casualmente, infatti, è stato ritenuto un precursore dell’esistenzialismo.

Socialista e liberale, conservatore e allo stesso tempo avverso ai convenzionalismi sociali, anche nel suo errare dentro il tormentato contesto politico spagnolo, Miguel de Unamuno sembra non riuscire a compiere scelte definitive; il suo individualismo appare refrattario ad ogni schieramento precostituito: «No, non sono fascista né bolscevico; sono un solitario».

E questa sua incertezza verrà a lungo giudicata come una posizione ambigua rispetto alla guerra civile che non ammetteva posizioni intermedie tra reazione e rivoluzione; ma, di fronte, al dogmatismo violento del franchismo, non esitò più a scegliere, dissociandosi dagli assassini di García Lorca e di tanti suoi amici.

La sua vita si concluse, poco dopo aver tenuto la sua più coraggiosa lezione. Antonio Machado scrisse: «Segnaliamo che oggi è morto Unamuno, improvvisamente, come chi muore in guerra. Contro chi? Forse contro se stesso».

 

Miguel de Unamuno, Nebbia, Fazi Editore, 2015

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Sull’atteggiamento di M. de Unamuno durante la guerra civile spagnola, riproponiamo un vecchio articolo di Mario Lombardi, scritto poco dopo la caduta del franchismo, ringraziando Giovanna per la puntuale trascrizione.

 

Miguel de Unamuno e il franchismo

Francis Picabia, La rivoluzione spagnola (1936)

L’ultimo giorno del 1936, mentre la Spagna era sconvolta dalla guerra civile, Miguel Unamuno morì di crepacuore, a Salamanca. Saggista, poeta narratore e filosofo, anche se discusso, era considerato l’uomo di maggior prestigio della cultura spagnola contemporanea.

Basco di nascita (era nato a Bilbao il 27 settembre 1864), castigliano di cultura, Unamuno aveva sempre e aspramente criticato il carattere del suo popolo, lottando contro l’intransigenza religiosa e l’attaccamento reazionario alle tradizioni, incitando polemicamente gli spagnoli a reagire all’isolamento culturale in cui si trovava il Paese. Diceva: “voglio agitare, voglio inquietare; non vendo pane, ma lievito”. Dopo la sua morte la sua influenza sugli intellettuali europei e americani è andata aumentando; le sue invettive, le improvvise e discordi impennate sono state rivalutate, guardando con maggior cura alla continuità della sua azione, degli stimoli nuovi che per anni aveva iniettato nel mortificante immobilismo della cultura spagnola.

I cattolici non gli hanno perdonato la sua dura battaglia contro il clericalismo. Nel centenario della sua nascita, monsignor Pablo Curpide, vescovo di Bilbao, si augurava: “È meglio che il ricordo di Unamuno scompaia a poco a poco. È meglio non bruciare incenso per l’uomo che non è mai riuscito a bruciarne davanti al suo Dio”. Alleati dei cattolici, anche i carlisti, sostenitori della monarchia, rispolveravano contro Unamuno le antiche accuse di ateismo e di anticlericalismo.

Invece da parte dei partiti politici spagnoli si assiste a difficili tentativi di recupero. I repubblicani ricordano che per lo stesso quotidiano governativo ABC, Unamuno “è stato uno dei maggiori responsabili della caduta della monarchia e della proclamazione della repubblica, e di conseguenza di uno dei momenti più negativi e tragici della storia contemporanea”. Ma sembrano dimenticare che quando i repubblicani erano al potere, nel 1936, Unamuno fu allontanato da tutte le cariche pubbliche, perché non mancava di manifestare il suo disprezzo per Manuel Azana, l’uomo di punta del partito.

D’altro canto, Franco in persona ha firmato a suo tempo il decreto che istituiva una serie di manifestazioni in onore di Unamuno, e che elogiava in termini entusiastici la sua “forte personalità”. Il franchismo, utilizzando ai propri fini il nome di Unamuno, sembra disposto a passar sopra alle “piccole divergenze” che avevano diviso il filosofo dai falangisti.

Il 12 ottobre 1936, in occasione della “Festa della Razza”, nell’aula magna dell’Università di Salamanca, si celebrava una solenne cerimonia. Erano presenti le più alte autorità religiose e civili, una folla esaltata di falangisti assisteva alle celebrazioni. Alla presidenza sedeva Miguel Unamuno, il “rettore di Salamanca” tornato al suo posto dopo la parentesi repubblicana, e che i nazionalisti consideravano amico.

Esaurite le formalità iniziali, al palco degli oratori saliva il generale monco Millán-Astray, che pronunciò un discorso violento, tra acclamazioni parossistiche di “Viva la muerte!”, grido di battaglia del falangismo oltranzista.

Poi, si alzò a parlare Unamuno che dopo aver detto che “a volte tacere equivale a mentire”, in un silenzio agghiacciante proseguì: “Sento un grido necrofilo e insensato: “ Viva la muerte!”. E io che ho trascorso la mia vita a creare paradossi che suscitavano la collera di coloro che non li afferravano, io devo dirvi, come esperto in materia, che questo barbaro paradosso mi ripugna “.

Unamuno aggiunse anche che i mutilati, e Astray lo era, cercavano un “macabro sollievo nel provocare mutilazioni attorno a sé“, che purtroppo “in Spagna ci sono troppi invalidi, e presto ce ne saranno ancora di più“.

Millán-Astray, che non riusciva più a frenarsi, urlò in risposta: “Abbasso l’intelligenza, viva la muerte!“; scatenando ancora i clamori fanatici del falangisti.

Unamuno riprese il suo discorso: “Questo è il tempio dell’intelletto. E io ne sono il sommo sacerdote. Siete voi che profanate il sacro recinto. Voi vincerete perché avete la forza bruta. Ma non convincerete. Perché, per convincere, dovreste persuadere. E per persuadere occorre proprio quello che a voi manca: ragione e diritto nella lotta. Lo considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito“.

E nel confuso silenzio che seguì, Unamuno uscì dall’aula magna per l’ultima volta. Da allora, agli arresti, rimase chiuso nella sua casa. E morì meno di due mesi dopo, mentre i falangisti evitavano di cacciarlo in prigione per non destare lo sdegno dell’“intellighenzia” di tutto il mondo.

Mario Lombardi

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