Val di Cecina: una storia dal sottosuolo

«Il boro ha il più alto carico di rottura tra tutti gli elementi conosciuti»

di emmerre

Non sono certo molti, anche in Toscana, quelli che conoscono le origini del nome del paese di Larderello e sanno come – nonostante i suoi circa 460 abitanti – sia citato persino nell’Enyiclopædia Britannica.
La località – un tempo nota come i Lagoni di Montecerboli – derivò il nuovo nome da François Jacques Larderel, industriale francese trapiantato a Livorno, che promosse l’estrazione industriale dell’acido borico dai fanghi naturali presenti nel sottosuolo della zona, ma anche all’insediamento urbano per le maestranze immigrate, provenienti inizialmente dall’Emilia, che sarebbe divenuto un vero “villaggio operaio”.

Fu così che nel 1846, il Granduca di Toscana riconobbe ufficialmente la nuova denominazione e, in seguito, il padre-padrone – ora de Larderel – ottenne anche l’ambito titolo nobiliare. Nel 1902, la gestione “paternalistica” degli stabilimenti boraciferi passò al principe fiorentino Piero Ginori-Conti, imparentato con la famiglia Larderel, che alla visione del latifondista unì quella del capitalista, dando avvio ad uno stabilimento per lo sfruttamento dell’energia geotermica. Sia la realtà produttiva che comunitaria si andò quindi sviluppando, con un’accentuazione autoritaria dei meccanismi di controllo e sfruttamento, non senza incontrare resistenze e rivendicazioni, che Alessandro Rossi – libero quanto attento ricercatore storico – ha saputo ricostruire con precisione ed anche passione sociale:

Storie locali – ma che vanno anche ‘oltre’ – di uomini e donne trapiantati da un antico mondo rurale nell’emergente sistema industriale. Storie di duro lavoro per il pane claustrofobico sfruttamento classista in territori isolati e difficili. Storie di fieri e ribelli operai, artigiani e boscaioli e di battagliere donne che vogliono emanciparsi; di lotte nelle fabbriche e nelle campagne per migliorare le condizioni di una vita grama, spesso ricche di ideali per costruire un ‘mondo nuovo’. Ma anche storie di oppressione e subalternità, di ‘feudalesimo industriale’, di un potere ammantato di misticismo introiettato dai sottoposti, di un dominio che si struttura sempre di più, pianificando e piegando il contesto ambientale, irregimentando lo spazio e il tempo del proletariato alienato, secondo le logiche dell’accumulazione capitalistica

Nel libro, particolarmente interessante, è la “fotografia” che – nel primo capitolo – viene offerta della struttura urbanistica del neonato villaggio, col suo immaginario, la sua toponomastica, i suoi spazi architettonici ma anche ideologici.
Oggi le campagne e le frazioni che si possono vedere attraversando la Val di Cecina, magari usando il trenino che da Cecina si addentra sino alla stazione di Volterra-Saline-Pomarance, non sembrano evocare un territorio segnato da conflitti ed asprezze sociali. Eppure, sia le cosiddette Colline metallifere che la residua linea ferroviaria hanno storie importanti e suggestive da raccontare.

Zona d’estrazione mineraria (lignite, rame, salgemma, alabastro, boro e derivati) di rilevanza internazionale, posta sul confine settentrionale della Maremma toscana, si tratta di un “mondo” che in tempi relativamente brevi conobbe la traumatica trasformazione di un contesto agricolo in area industriale, con conseguenti aspetti di continuità e rottura, conservazione e modernizzazione, che hanno inciso profondamente nelle relazioni comunitarie, tanto da rendere del tutto pertinente l’espressione “feudalesimo industriale” per indicare la persistenza di elementi quasi medievali nella cultura popolare e nei rapporti di potere all’interno di una dimensione produttiva moderna. Le stesse figure padronali appaiono contemporaneamente capitalisti, proprietari terrieri e signorotti feudali; mentre il nuovo proletariato minerario, formato da ex lavoratori della terra, stenta a scrollarsi di dosso la sudditanza della gleba e a ribellarsi alla politica “del bastone e della carota”.

In tale periodo, attorno al primo decennio del ventesimo secolo – come ha osservato anche lo storico Roland Sarti – “gli imprenditori italiani rispondevano alle organizzazioni sindacali con le dure reazioni tipiche dei capitalisti delle generazioni precedenti. Infatti consideravano l’appartenenza dei lavoratori alle organizzazioni sindacali un atto di tradimento personale. Il buon lavoratore doveva sottomettersi al suo datore di lavoro come ad un misericordioso, pur se un po’ dispotico, pater familias. Gli imprenditori riproponevano i valori della società pre-industriale, a struttura familiare, anche nei rapporti con i lavoratori dell’industria”.

Nonostante queste difficoltà specifiche incontrate dalla penetrazione degli ideali d’emancipazione, socialisti e anarchici, fu comunque questione di tempo. Il diffuso sovversivismo e le organizzazioni maremmane di classe s’inserirono nelle contraddizioni prodotte dal clima oppressivo e dalle dure condizioni di lavoro, animando numerosi scioperi e proteste sino a scontrarsi con il cosiddetto ordine costituito, anche nella sua espressione squadrista quale fu il fascismo.

Il mito del padrone buono era ormai infranto e “al passaggio dell’auto del ‘Principe’ in alcune località boracifere, come a Serrazzano, Lustignano e Pomarance, partivano sassaiole”.

 

Alessandro Rossi, Feudalesimo industriale e vicende del movimento proletario in Val di Cecina e dintorni. Dalle origini all’avvento del fascismo (1818-1921 e oltre), Volterra, Edizioni Kronstadt, 2018; pagine 197, con foto, euro 10.00.

Per richieste e contatti, scrivere a Spazio libertario Pietro Gori, Via Don Minzoni 58 –  56048 Volterra; oppure via mail a: fotocontroluce@libero.it

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