Ni vivos ni muertos

«Viaggiavamo su un autobus della Flecha Roja, che a quel tempo faceva il giro della zona. In un posto di blocco, nel quartiere Cuauhtémoc di Atoyac, fermavano gli autobus, facevano scendere tutti i passeggeri, perquisivano i bagagli e chiedevano nome e cognome. Quando stavamo per risalire sull’autobus, bloccarono mio padre. Lui disse al militare: “E perché io non posso salire?”. E il soldato gli rispose: “No, tu sei in arresto”. Mio padre rispose: “E di che cosa sarei accusato?”. E l’altro: “Scrivi corridos[1]”. “Ma non è mica un delitto”, gli disse mio padre. E il soldato: “Sì, ma nel frattempo sei fottuto”. Fu così che sparì. E noi abbiamo passato la vita ad aspettarlo. Mia madre è morta ad aspettarlo e lui non è mai più tornato. Lei diceva: “ Rosendo entrerà da questa porta”. E non è più tornato. Quello che ho fatto io, quando sono diventato più grande, è stato mettermi le sue camicie e i suoi pantaloni, così che mia madre continuasse a lavarli.»

Non so voi, ma quando mi capita di ascoltare la parola desaparecido, mi scatta un corto circuito mentale che mi conduce automaticamente verso l’Argentina o il Cile degli anni ’70 e, prima di leggere questo libro, con difficoltà avrei associato questo termine al Messico dei giorni nostri.

Eppure, secondo i dati diffusi dalle autorità messicane, sono più di 30.000 le persone scomparse dal 2006 a oggi. Un dato agghiacciane che comunque è da considerarsi assai più basso del numero reale di persone sparite nel nulla.

Il libro del giornalista Federico Mastrogiovanni, Ni vivos ni muertos, è un’inchiesta precisa e puntuale che, attraverso interviste con membri di associazioni di familiari di desaparecidos, avvocati e giornalisti, tenta di ricostruire il fenomeno odierno delle sparizioni forzate in Messico, descrivendo, oltre al quadro politico ed economico che sono causa delle sparizioni, anche le implicazioni sociali e l’impatto psicologico sulla popolazione messicana vittima di quest’atroce violenza.

Anche il Messico negli anni ’70 aveva conosciuto il fenomeno delle sparizioni forzate ma queste all’epoca si concentravano all’interno di una precisa repressione politica dei movimenti sociali e in una certa misura le vittime potevano essere più o meno facilmente identificabili come persone coinvolte nelle rivendicazioni di quegli anni; oggi invece, ciò che accade, è che le sparizioni forzate non riguardano più solo i militanti dei movimenti sociali, ma sono estese in modo del tutto casuale all’intera popolazione, col preciso scopo di instaurare un regime di terrore che permetta il controllo sociale.

Infatti, attraverso le sparizioni forzate e la violenza continua e diffusa, in Messico si è instaurato un sentimento di paura talmente forte da ridurre molte persone al silenzio, sgombrando così facilmente la strada alle imprese private che, con la complicità dello Stato messicano, possono sfruttare in modo criminale le risorse della nazione.

Lo Stato, infatti, è uno degli attori principali di questa tragedia: coadiuvato dalle forze di polizia e dall’esercito, in una spirale di corruzione che sembra non avere fondo, stringe alleanze con i cartelli del narcotraffico che fungono contemporaneamente da ulteriore elemento di diffusione del terrore e da ampio cappello sotto cui far rientrare le morti e le violenze subite dai messicani.
Se da un lato vi sono migliaia di persone inghiottite da un nulla che risucchia madri, padri, figli in un dolore che non conosce tregua, dall’altro vi sono altrettante famiglie a cui lo Stato messicano riconsegna presunti resti dei loro cari corredati da bugie e omissioni, mentre sulla quasi totalità di quelli che spariscono o vengono ritrovati morti viene automaticamente applicato il bollino di persone coinvolte con la criminalità.

«Affermare che “se lo meritavano perché erano dei fannulloni o dei criminali” significa ammettere esplicitamente che degli attori non istituzionali si contendo con lo Stato il sistema di giustizia, il controllo del territorio e il monopolio della violenza. Significa accettare che degli attori eversivi hanno il diritto di giudicare, condannare a morte e giustiziare senza processo qualunque cittadino a loro piacimento. Senza che lo Stato e i suoi rappresentanti muovano un dito per evitarlo.»

Attraverso le interviste di questo libro emergono chiaramente le responsabilità e il coinvolgimento dello Stato messicano, ma purtroppo appare ancora lunga la strada verso una precisa volontà di riconoscere quanto sta accadendo.

In queste maglie di violenza e terrore restano impigliati anche i migranti che dall’America centrale si muovono attraverso il territorio messicano con la speranza di raggiungere gli Stati Uniti: il capitolo in cui Mastrogiovanni intervista alcuni ragazzi che hanno vissuto questa esperienza è molto doloroso, al punto che mentre lo leggevo ho dubitato fortemente che potesse ancora esserci spazio in questo mondo per la parola umanità.

«Quelli che ci hanno preso a La Arrocera non erano Zetas[2] – mi assicura Daniel. – Erano una famiglia. Si nascondono dietro il fantasma de Los Zetas per continuare a rubare, sequestrare, violentare i migranti, come fanno molti da quelle parti. L’ho saputo dopo, quando già ci prostituivamo a Tapachula. Ma a La Arrocera Los Zetas esistono e sono intoccabili. Sono come una maschera, se te la metti fai credere a tutti che sei uno di loro e nessuno ti dà fastidio. Una famiglia che prima viveva della coltivazione di caffè, adesso assalta e fa sparire migranti indifesi.»

Purtroppo, in questo spazio, non si può che dare un minimo conto del materiale e delle informazioni contenute nel libro: me ne dispiace molto, perché sento di aver scritto un ben misero riassunto che non rende completamente giustizia al testo.
Del resto, il sistema delle sparizioni forzate messo in piedi dal Messico, le connessioni politiche ed economiche di questa repressione ai danni di tutta la popolazione è veramente complesso e coinvolge molteplici piani, di cui l’autore riesce a darci un quadro assai chiaro grazie anche a uno stile asciutto e assolutamente coinvolgente.

Questo libro, è un pugno allo stomaco di quelli che bisogna prendere.
È un libro amaro, che racconta la violenza e il terrore, ma che davanti agli occhi ci dischiude anche un orizzonte: quello delle persone che non si rassegnano al silenzio, alla violenza e alle bugie dello Stato, continuando a chiedere verità e giustizia per i loro cari.
E forse questa è una delle poche cose che ci resta per non precipitare definitivamente come umanità.

 

Federico Mastrogiovanni, Ni vivos ni muertos. La sparizione forzata in Messico come strategia del terrore, DeriveApprodi, 2015

 

[1] Corrido: genere musicale in forma di ballata fondato sulla narrativa popolare. Usato per narrare le gesta di eroi popolari negli ultimi anni si è caratterizzato in Messico per raccontare la vita e le azioni di capi del Crimine organizzato (narco corrido).

[2] Los Zetas: gruppo del crimine organizzato messicano. I primi “zetas” erano elementi dei corpi speciali dell’esercito messicano divenuti sicari per il Cartel del Golfo.

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