In ricordo di Lindsay Kemp

In ricordo di Lindsay Kemp, recentemente scomparso, proponiamo un’intervista rilasciata negli anni ’80.

 

a cura di Anna Liverani

Lindsay Kemp aveva scelto Livorno come città di adozione dopo aver lasciato l’Inghilterra per formarsi come mimo, ballerino e coreografo (sotto l’influenza di artisti come l’indimenticabile Bip Marcel Marceau) affermando la propria originalità per poi esibirsi in vari paesi del mondo con la sua compagnia.
Lindsay è sparito al di là della notte come un agile folletto impaludato che improvvisamente  inghiottito dal buio si sottrae alla luce del palcoscenico, ma la sua impronta resterà  ben viva in noi e la sua genialità innovativa ha trovato piena espressione nel teatro-danza. Un turbine creativo che ha coinvolto tra gli altri David Haughton (attore e scrittore), Jack Birkett (L’Incredibile Orlando), David Bowie (cantante e attore) e Carlos Miranda (compositore).

L’intervista che vorrei proporre come ricordo di Lindsay Kemp  risale all’inizio degli anni ottanta; mi era stata rilasciata da Kemp a Bussoladomani di Viareggio, dove erano in corso le prove di “Flowers”, una rappresentazione nata negli anni 1968-69 liberamente tratta da “Nostra Signora dei Fiori” di Jean Genet. La condizione posta era di non pubblicare l’intervista su testate giornalistiche borghesi a cui Lindsay aveva già rifiutato contatti. La mia tessera stampa di una rivista alternativa aveva funzione di lasciapassare anche se avevo già parlato con lui altre volte .. Il teatro tenda di Bussola Domani si presentava come il tendone di un circo dismesso con alcune roulotte a forma di vagone disposte qua e là: nell’aria si sentiva un certo aroma d’incenso proveniente dall’area delle prove e  questo particolare conferiva un’indefinibile sacralità all’incontro. All’interno della roulotte l’accoglienza era stata molto cordiale e Lindsay Kemp semi struccato aveva iniziato a parlare di sé già dalla prima domanda.

A Lindsay.

d: «Da dove parte la tua formazione artistica?»

r: «Sono stato molto fortunato ad avere Marcel Marceau come insegnante. Egli ha ricomposto il mio corpo ed ha istruito i miei muscoli. La mia ossessione è la danza come lo era per Nietzsche.
Per me la danza è l’espressione più elevata del “vivere”. “Mimare” e pretendere (pretendere di essere cose e situazioni diverse come essere uccelli oppure chiusi in una scatola ecc.).
Io sto cercando di liberare in ognuno di noi l’angelo… la colomba».

d: «Da dove trae ispirazione la tua arte?»

r: «Io credo che non ci sia differenza tra il palcoscenico e la strada. l’Arte è la vita alla vetta più alta, più favolosa. La vita è per me divisa in tre parti: la celebrazione della vita, il ringraziamento, il dono della vita. Il mimo è “mutevole”, egli è un impersonificatore e pretende di essere diverse cose. Io sto cercando di far capire a tutti che quel che siamo è meraviglioso. Qualcuno ha chiesto a Bob Dylan se considerasse se stesso un poeta o un cantante e lui ha risposto che si considerava un ballerino. Vale a dire, nella definizione di Nietzsche, uno che vive la sua vita completamente, con l’uso di tutti i suoi sensi (come Picasso, Stravinskij, Isadora Duncan… li amo tutti…)».

d: «Che relazione hanno le tue sensazioni con le emozioni musicali di John Cage?»

r: «John Cage è stato uno dei miei più grandi maestri. Egli mi ha insegnato l’importanza del silenzio e dell’immobilità. Nel mio lavoro tendo a fermare il mondo come Carlos Castaneda. L’immobilità è tutto per me, l’immobilità di momenti meravigliosi come questo quando la gente viene a registrare le mie idee. Tali momenti vanno “fermati”. John Cage mi ha insegnato questo: l’immobilità. Un’altra influenza si chiama Shaffer, colui che mi ha insegnato a essere come le onde del mare che ti sollevano e ti sostengono, su in alto e poi vai giù sotto come sotto le coperte, come il sole sotto le acque dell’oceano».

d: «Che cosa ti è rimasto dello “slang” imparato nella vita dello slum?»

r: «Io sono nato “aristocratico” ma per me è importante soffrire come amare. Un artista soffre; ed è importante per lui soffrire. La mia danza è l’espressione della mia sofferenza e della mia vita».

d: «Chi è il pubblico nella tua situazione teatrale?»

r: «Ognuno è il pubblico per me. Io amo chiunque e desidero che ognuno mi ami… E’ una debolezza dei grandi uomini (L. da Vinci, Picasso, Billie Holiday). Per me la vita senza amore non ha significato. Non potrei “volare” senza amore. Io più sono amato e più in alto posso volare. la liberazione di noi passa attraverso la rottura dei ruoli. E’ questa la funzione fondamentale dell’attore: insegnare agli altri a rompere i ruoli continuamente. La liberazione di noi stessi è la cosa più importante; la cosa più bella è che io sono liberato dal legame uomo-donna. Io sono ambedue e spingo sempre tutti ad essere così. Non credo molto nei movimenti di liberazione (gay e femministe) ma bisogna cercare di “sedurre” il pubblico e farci amare. Io non ho assolutamente nessun interesse nell’underground o nella cultura, il mio interesse è il palcoscenico. Il mio interesse lo avverto legato ai miei sensi. Il teatro ci insegna a tener vivo il “bimbo” che è in ognuno di noi, a non fare differenze tra culture, religioni, colori».

d: «Che cos’è la vita per un’artista?»

r: «La vita è meravigliosa e il teatro ce lo ricorda sempre. Io mi sentivo sotto in Inghilterra ed è per questo che sono venuto via, per alzarmi … sollevarmi. Una volta degli studenti mi hanno chiesto perché recitavo davanti ai borghesi. Io recito per loro perché  loro hanno bisogno di me, più bisogno di me di altri, come hanno bisogno di me Roma o Parigi. Cerco di sollevare tutti col mio danzare: e cerco sempre di danzare al massimo delle mie capacità. Le mie influenze sono a volte opposte: (mi sento) come S. Francesco d’Assisi e M. Monroe».

d: «Come ti proietti nel mondo?»

r: «Io mi sento parte dell’universo, come parte di un caleidoscopio, un atomo fra altri, una cometa, come un pezzo di specchio brillante e cioè come ogni cosa intorno a me. Io vedo me stesso in tutti e tutti in me stesso. Noi siamo tutti uno dentro l’altro. E’ indispensabile viversi così annientando l’odio. Non credo che ci sia dannazione per l’uomo; sono oltre la dannazione che  è la debolezza della gente».

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