Sulla tirannide e sulla servitù

Non vi è nulla di più pericoloso di un uomo che rifiuta di sottomettersi alla tirannia. (S. Maráj)

di Jean Rabe

«Il mio nome è Vittorio Alfieri: il luogo dove io son nato, l’Italia: nessuna terra mi è Patria. L’arte mia son le Muse: la predominante passione, l’odio della tirannide; l’unico scopo d’ogni mio pensiero, parola, e scritto, il combatterla sempre, sotto qualunque o placido, o frenetico, o stupido aspetto ella si manifesti o si asconda.»

Se al liceo ci avessero fatto studiare le opere giovanili dell’Alfieri, probabilmente il presente della politica non ci sorprenderebbe e forse ci avrebbe offerto gli anticorpi per prevenirlo ed affrontarlo, difendendo la società, intesa come espressione collettiva di libere relazioni umane.
In particolare, tra queste opere, poi parzialmente rinnegate, un posto importante ha Della tirannide, scritto tra il 1777 e il 1790.

È, infatti, uno scritto di forte radicalità, in cui non è difficile cogliere l’assonanza con Étienne de La Boétie (1530 – 1563), col suo Discorso sulla servitù volontaria, ma anche con D.A.F. de Sade che in Juliette – scritto nel 1797 –  avvertiva: «I tiranni non nascono mai nell’anarchia, li vedrete sorgere solo all’ombra delle leggi, o da esse autorizzati».

Invece, si continua a scoprire l’intrinseco autoritarismo di ogni forma di governo, solo quando il potere ostenta platealmente il suo volto più truce, brutale, iniquo. Così come non viene mai posto un dubbio sul senso e, soprattutto, sulla natura costitutiva – tutt’altro che neutrale – della Legge.
A riguardo, Anatole France, ebbe a osservare che «la legalità è quella cosa che in modo imparziale proibisce ai ricchi così come ai poveri di dormire sotto i ponti, mendicare per le strade e rubare il pane».
L’esercizio legittimato della violenza, quale monopolio statale, apre invece da sempre le porte al suo abuso totalitario. Anche se, talvolta, il ricorso alla forza può ammantarsi di motivazioni a tutela del popolo e, magari, pure col suo consenso, resta storicamente l’evidenza della sua essenza liberticida.

Così come Alfieri aveva ben chiaro:

«Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzione delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo […] Non solamente dunque è tirannide ogni governo, dove, chi eseguisce le leggi, le fa, o chi le fa le eseguisce; ma è tirannide piena altresì qualunque governo, in cui chi è preposto all’eseguire le leggi, non dà pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create.»

Tornando a La Boétie, l’eco del suo Discorso appare del tutto evidente, bastino queste poche righe:

«Vi sono tre tipi di tiranni: alcuni ottengono il potere in base alla scelta del popolo; altri con la forza delle armi; gli ultimi infine per successione dinastica […] a dir la verità, vedo che tra i vari tipi di tirannide vi è qualche differenza ma non noto che vi sia la possibilità di una scelta, poiché pur essendo diverse le vie per arrivare al potere il modo di regnare è sempre più o meno lo stesso»

Così come, rimane più che mai aperto, l’interrogativo che poneva e ci pone ancora oggi:

«Per ora vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni  a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato e non potrebbe far male ad alcuno, se non nel caso che si preferisca sopportarlo anziché contraddirlo […] Certamente perché tutti gli uomini (fin quando hanno qualcosa di umano) si lascino assoggettare è necessario una delle due: esservi costretti o ingannati.»

Una considerazione che ci ricorda come, non solo di fronte alla storia, ma davanti al futuro prossimo si è responsabili non soltanto per quello che facciamo, ma anche per quanto si rinuncia a fare.

Vittorio Alfieri, Della tirannide (PDF)

Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria (PDF)

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

3 Comments

  1. Perfetto! Con il senso di colpa che prende (giustamente) quando ci si accorge della propria per quanto infima, responsabilità nel consentire alla tirannide di imporsi; e di quanti autori veramente importanti trascuriamo, persi (e parlo di me, in questi giorni) in letture più o meno amene.
    ..

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