Il ciclismo nel delitto

Due amanti in bicicletta non attraversano la città, la trapassano come una nuvola, su pedali di vento.
(Didier Tronchet)

di Jean Rabe

 

Nell’opera sconfinata, nonché dai numerosi nefasti riflessi, del celebre criminologo Cesare Lombroso, vi è un saggio davvero curioso –  uscito per la prima volta sulla «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti» nel 1900 – in cui l’autore dell’Uomo delinquente argomenta con dovizia di particolari la pericolosità sociale della bicicletta, fornendo una ricca casistica della criminalità incentivata e favorita dall’uso della bicicletta, ma anche sottolineando che proprio tale mezzo era criminogeno in sé:

 

«Ogni nuovo meccanismo, che entri nei congegni della vita umana, aumenta le cifre e le cause della delinquenza come della pazzia; così la elettricità e il magnetismo si sostituirono alle azioni diaboliche nei deliri persecutori dei paranoici ed entrarono nei nuovi strumenti e forme del crimine  […] Nessuno però dei nuovi congegni moderni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come strumento del crimine; e a tal punto che se una volta si pretendeva (invero con un po’ di esagerazione) di trovare nella donna il movente di ogni delitto virile nel troppo celebrato: Cherchez la femme, — si potrebbe con minor forse esagerazione sentenziare ora: Cercate il biciclo — in gran parte dei furti e delle grassazioni dei giovani, sopratutto della buona società, almeno in Italia».

Incisione di Alberto Manfredi

Nel breve saggio, a conclusione di una serie di “casi patologici” correlati alla bicicletta, Lombroso attribuisce alle due ruote anche l’origine di casi di pazzia, definita clinicamente come «ebefrenia biciclica». Come esempio viene fornito quello, risibile, di un potenziale ladro di biciclette appena tredicenne: «figlio di operai, soffre l’ossessione di possedere una fisarmonica, poi lo prende la smania irrefrenabile dei bicicli, e tutto il giorno, essendo la famiglia povera, medita i mezzi per rubarli, senza essere scoperto, sicché i parenti si allarmano come di pazzia gravissima e criminale».

Nonostante tali osservazioni, negative Lombroso – sempre incline a sostenere tutto e il contrario di tutto – conclude riconoscendo comunque taluni benefici del velocipede.

Tra questi vale la pena citarne alcuni:

«mise la campagna a pochi minuti di distanza dalle abitazioni e dalle capitali, fu alleato nelle votazioni ai partiti politici più evoluti e che perciò sanno servirsi dei mezzi più moderni di lotta»; «il tandem costrutto pei ciechi del Reale Collegio di Upper Norwod che permette a dodici ciechi uniti insieme, e guidati da uno che ci vede, di godere l’aria aperta ed il moto»; «il tandem usato dallo Stato dell’Ohio specialmente ad Alaeton per trasportare criminali; i due sedili estremi sono occupati da policemens, mentre l’arrestato è nel mezzo, coi piedi e mani legati così da impedirne la fuga e i movimenti».

Inoltre «il biciclo promette di migliorare sostanzialmente la nostra razza: infatti se, come tutti gli strumenti di civiltà, ha aumentato le cause e i mezzi del crimine, ha poi raddoppiato le gioie più oneste della vita e le fonti del benessere: ha dato, in un’epoca in cui gli eccessi del lavoro mentale rendevano quasi endemica la nevrastenia, uno strumento che sprona all’esercizio motorio senza quegli esaurimenti che producono gli eccessi dell’alpinismo e della ginnastica poco scientifica».

La pratica ciclistica era quindi consigliata come terapia per «giovani epilettici, discoli, indocili, bizzarri, esauribili e frenostenici» e «il ciclismo regolato può avere utili applicazioni in certe nevropatie e specialmente nelle forme depressive: lo spleen e l’ipocondria; nella cura delle paresi, delle amiotrofie, della paralisi infantile, paralisi isterica, dell’esaurimento nervoso generale, della sciatica, della tabe dorsale».

La sistematica contraddittorietà lombrosiana è peraltro nota. Pur richiamandosi al pensiero positivista socialista, di fatto la sua criminologia è sempre contro gli sfruttati, le donne, i meridionali, gli anarchici e i miserabili; ebreo, fornisce le basi discriminanti al razzismo scientifico; di fede razionalista, eppure coinvolto in sedute esoteriche e convinto dell’esistenza di una “quarta dimensione”.

Emblematico anche il “metodo” col quale, attraverso la misurazione fisiognomica, Lombroso intendeva scoprire e schedare gli anarchici e i rivoluzionari: l’asimmetricità o l’eccessiva regolarità dei tratti del volto erano parimenti indicati come indizi scientifici della follia politica del soggetto.

Quasi come in una beffarda legge del contrappasso, quando alla sua morte nel 1919 il corpo di Lombroso fu sottoposto ad autopsia – come da disposizioni testamentarie – in omaggio alla scienza, il professor Foà – famoso anatomopatologo e di scuola avversa – annotò la presenza di un gozzo cistico e un’evidente arteriosclerosi. Inoltre, il peso del cervello era decisamente inferiore alla media ed appariva ricco di “pieghe di passaggio”. Segni inequivocabili che per Lombroso e i suoi seguaci erano le stigmate naturali dell’alienato e del criminale.

 

Cesare Lombroso, Il ciclismo nel delitto, a cura di Matteo Noja, La Vita Felice, 2013

PDF: Cesare Lombroso, Il ciclismo nel delitto

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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