L’altra verità. Diario di una diversa

«Perché la pazzia, amici miei, non esiste. Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti, inveterato, di perdere la nostra ragione.»
(Alda Merini)

di emmerre

Il 13 maggio scorso correva il quarantesimo anniversario dell’approvazione della Legge n. 180, nota come “Legge Basaglia”, avente come oggetto “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” che, teoricamente, doveva mettere fine all’inumana e arretrata realtà dei manicomi.

Franco Basaglia che in verità aveva un approccio ben più radicale nei confronti della psichiatria e dell’istituzione manicomiale, non mancò di esprimere rispetto alla legge le sue critiche: “E’ una legge transitoria, fatta per evitare il referendum e perciò non immune da compromessi politici. Attenzione quindi alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo, è come se volessimo omologare i cani alle banane”.

Nel testo della legge – redatto dallo psichiatra democristiano Bruno Orsini – si trovava infatti la non abolita misura coercitiva del trattamento sanitario obbligatorio (TSO). L’intento, politico, dell’approvazione della legge era palese: evitare il referendum popolare, promosso dai Radicali, per l’abrogazione degli articoli essenziali della precedente Legge n. 36, risalente al 1904, ma anche mettere fine ai movimenti di base da tempo attivi e sensibili alla questione psichiatrica, vista e combattuta come un aspetto della repressione sociale verso le persone “fuori dalla norma” e dei comportamenti non omologati alla cultura e alla morale dominante.

Questione che peraltro rimane dolorosamente aperta, tra acronimi minacciosi: TSO, REMS (le “nuove” micro strutture istituite in sostituzione degli ex-Ospedali psichiatrici giudiziari), psicofarmaci e persino il mai dismesso elettroshock, seppure dissimulato sotto la sigla TEC (terapia elettroconvulsivante).
Il manicomio, d’altronde, non è soltanto una struttura muraria chiusa, ma un sistema della separazione e un’ideologia della segregazione finalizzata a confinare le “diversità” e i “problemi” lontano dalla società ritenuta normalmente sana, produttiva e ossequiente.
Ideologia che trova la sua traduzione nel codice penale nel concetto di “pericolosità sociale” sull’ambiguo confine tra fuori e dentro, tra salute e malattia.

Numerose sono le testimonianze di questo mondo separato, ma fra le tante quella che forse più si addentra nelle sue pieghe e nei suoi risvolti è stata scritta da Alda Merini, rinchiusa in manicomio a Milano per un decennio e ripetutamente sottoposta ad elettroshock, ma ancora “ricoverata” a Taranto dopo la Legge n. 180.
Tale esperienza affiora in molte sue poesie, ma è in particolare narrata ne L’altra verità. Diario di una diversa, da poco riedito dalla BUR (la prima edizione è del 1986), così come se ne trovano numerose tracce in Elettroshock. Parole, poesie, racconti, aforismi, foto (Stampa Alternativa, 2015).

In un’intervista, alla domanda se la mente del poeta fosse più vulnerabile, rispondeva: “il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte.. è bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia”.
Tra le tante immagini che ci offre, una fra tutte sembra alludere alle rose, non senza spine, di una liberazione ancora tutta da compiere.

E di quelle rose magnifiche noi non potevamo cogliere nemmeno il profumo, non potevamo guardarle.
Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero… Ma sapevamo che non potevamo coglierle. E allora le rubammo, ne facemmo un fascio che portammo di nascosto dietro l’abside della chiesa. E lì stemmo a curarle una intera giornata, intrecciandoci sopra le dita. A chi avremmo date quelle rose perfette? Chi ci aveva fatto del bene al punto di meritarsele? Nessuno. E allora, le avremmo donate a noi stessi, ne avremmo fatto un giaciglio di amore.

 

Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2007

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