Soldati

«L’autunno sta marciando verso di noi: persino gli spaventapasseri indossano foglie morte. (Otsuyu Nakagawa)»

di Jean Rabe

Luciano Anselmi incisione di “Allegoria, soldati” di Ungaretti 1955

La metafora della mortalità umana rappresentata dalla caducità autunnale delle foglie ha avuto molti antecedenti classici (Omero, Mimnermo, Virgilio, Dante, Goethe…), ma quella utilizzata da Giuseppe Ungaretti con stile espressionista per alludere alla sorte dei soldati durante la prima guerra mondiale assume, indubbiamente, un’intensità tragica senza paragoni.
Già fante sull’Isonzo nel 1916, scrisse quegli scarni versi nel luglio 1918, presso il Bosco di Courton, sul fronte francese, teatro di continui massacri.

 

 

Soldati

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

Giusppe Ungaretti (a destra) in trincea.

Quanti, infatti, cercavano di sopravvivere quotidianamente agli orrori delle trincee non potevano che avvertire la propria vita precariamente appesa alle circostanze belliche. In una frazione di secondo, come una raffica di vento, un proiettile di fucile o una scheggia di granata, poteva mettere fine ad un’esistenza già segnata da sofferenze e terrore.

Gli stessi alberi, nella terra di nessuno, erano ridotti a spogli quanto lugubri moncherini anneriti, circondati da cespugli di filo spinato, simili a croci di sconfinati e anonimi cimiteri.

Casellario politico centrale: Ungaretti nel 1914 era stato “schedato” dalla polizia come Anarchico

Ungaretti – che pur era stato interventista per amore della Francia – esprime ormai un dolente fatalismo e il richiamo alla natura ricalca la ricerca di una perduta serenità che è possibile incontrare in numerose corrispondenze, memorie e poesie di semplici soldati immersi nel grande carnaio.

Tempo dopo avrebbe commentato: “Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono, anzi, un uomo di pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare finalmente la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte s’illudono e si mettono in fila dietro alle bubbole”.

Leggendo però le lettere in precedenza scritte da altri combattenti, su fronti diversi, ci si rende conto di quanto l’allegoria dei morituri in divisa come foglie fosse popolare.

 

Bastino questi esempi, in cui a scrivere sono due contadini:

…il nemico non sapendo da che parte veniva colpito si diede a una precipitosa fuga, cadeva come le foglie deli alberi l’autunno… (Giacomo Beltrami, trentino arruolato nell’esercito austro-ungarico, Galizia 1914)

…le mitragliatrici austriache seminavano strage, massimamente quelle di sopra il San Michele, che ci pigliavano in facilità; ed i poveri soldati nostri caddero come le foglie secche al vento, squartate le carni dal piombo nemico (Antonio Santo Quintino Preite, pugliese, caporale e poi sergente del 47° rgt. fanteria, S. Martino del Carso, 10 novembre 1915)

Sempre sul fronte della Galizia, nel novembre 1914, Gyóni Géza, volontario – presto pentito – nell’esercito ungherese, aveva scritto la poesia “Solo per una notte…“, in cui si trova un’altra assonanza:

…Quando in mezzo a un’eruzione di granate
L’uomo turbina come una foglia;
E crolla a terra, oh cosa atroce,
Ridotto, da eroe splendente, a una carcassa annerita.

Ma un’evidente analogia traspare anche da quanto scrisse un futuro letterato marchigiano durante la disfatta di Caporetto:

Autunno compie l’opera sinistra di distruzione. Piovono foglie dai castagni, dalle quercie: musica torbida, disuguale, quasi un’eco a questa scorribanda (Mario Puccini, soldato e poi sottotenente, ottobre 1917).

Nessuna retorica, nessun eroismo poteva peraltro più ammantare l’annientamento meccanico di intere generazioni che, dopo aver palpitano come foglie verdi sino a poche primavere prima, marcivano nella terra come foglie morte.

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

 

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