Voci possenti e corsare

La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda (Jean Cocteau)

di Uno che forse c’era

Da qualche decennio Livorno è stata, inaspettatamente, reinventata come scenario di storie banalotte da vendere e consumare – da Ovo sodo al recente Romanzo famigliare – nonché di innumerevoli spot commerciali e foto di moda con il lungomare come set.

Dal disordine sottoproletario dei quartieri marginali all’ordine lustrato dell’Accademia navale, prevale così un’immagine lontana dal reale sopravvissuto e dalle sue contraddizioni, compresi livelli di sofferenza sociale che niente hanno da invidiare a quelli metropolitani.

L’autenticità umana e l’originalità urbana di questa città sono ridotte a merce, tanto da stravolgerne la percezione anche da parte dei suoi stessi abitanti che, sovente, sembrano compiaciuti nell’adeguarsi al ruolo di comparse e a stereotipi caricaturali.

Realtà portuale e post-industriale, simile per molti versi a Piombino, La Spezia o Savona, quella livornese rimane annegata e non solo figurativamente tra un passato di fabbriche dismesse e un improbabile futuro di provincia “a vocazione turistica”.

Persino l’alone piratesco e l’antico ribellismo diventano quindi “colore”, attrattive alla stregua del cacciucco; tanto che, mentre tanti fuggono altrove: “Livorno a chi viene da fuori solitamente piace! Di più che a noi che ci si abita! Ci viene a trovare tanta gente da fuori e si vorrebbero tutti trasferire qui!”.

Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di questa crisi senza uscita, ma anche quelli che, sconfinando nei Novanta, hanno visto svilupparsi un movimento alternativo, fatto di occupazioni di spazi ed esperienze autogestionarie, che non solo l’ha avuta vinta sul paternalistico modello di lavoro e di governo del PCI e delle sue successive mutazioni genetiche, ma che rappresenta tutt’ora una consistente e vivace area di controculture, solidarietà e autorganizzazione.

Quanti allora, in piena desolazione craxiana, ruppero in prima persona il ghiaccio, mai avrebbero immaginato gli sviluppi e gli approdi, seppure alquanto diversi, della loro avventura. Davvero, da questo punto di vista, come osservava Tolstoj, “la storia la fa chi non sa di farla”.

Tutto nasceva dall’insofferenza, non soltanto giovanile, per la mancanza di spazi, ma anche verso il vivere quotidiano e il divertimento alienato e da questo underground giunsero pratiche extralegali,  inedite anche nell’ambito locale dei superstiti gruppi alla sinistra del Partito comunista. Infatti, anche la partecipazione di quanti si ritenevano autonomi, anarchici o comunisti, rimase sempre a carattere individuale, a fianco di “cani sciolti e gatte slegate”.

Ora a distanza di un trentennio, nel suo Voci possenti e corsare, Luca Falorni ha provato, con ironia e spericolato affetto, a mettere insieme i tanti e scombinati tasselli di quel periodo, tra narrazione personale, ricordi individuali e memorie collettive, corredate da foto e documenti.

Un lavoro storico-letterario non semplice, quello di Luca, nell’onesto tentativo di annodare, cucire, ritagliare, connettere sentimenti, percorsi, convinzioni, approcci diversi e non sempre compatibili tra loro. E il materiale da lui usato è stato l’iniziale paziente raccolta di numerose testimonianze videoregistrate, dalle quali sono stati trascritti e “montati” i passaggi ritenuti più significativi su momenti di festa, iniziative, concerti e risvolti anche tragici.

Il risultato non è e non poteva essere una storia, ma un flusso di storie. Ricorda un po’ il confuso rumoreggiare di un’incasinata assemblea di movimento o di una discussione al mercato, con tante voci contrastanti che si parlano sopra, vogliono raccontarsi, dire la loro, sostenere la rispettiva visione politica.

E, come in ogni assemblea che si rispetti, c’è chi ha fatto e visto come quelli che sparivano, emerge il militante e il passante, quello che introduce e chi sceglie di stare zitto, ma pure il solito che parla per sentito dire e colui che non ha dubbi. Inevitabile poi a distanza di parecchi anni, oltre alle amnesie e alle suggestioni, così come avviene in tutti i processi di recupero delle memorie orali o scritte, la rielaborazione più o meno conscia del vissuto, alla luce di successive riconsiderazioni critiche ma anche di nostalgie, mutamenti ideologici o dissocianti scelte esistenziali. 

Anche in questa inchiesta, forse i meno attendibili appaiono proprio i diretti testimoni a causa del sentito coinvolgimento soggettivo, ma pure le ricostruzioni degli osservatori esterni – e allora  magari avversi – non possono non risentire di pregiudizi e giudizi a posteriori.

Finisce infatti per prevalere una sorta di narrazione mainstream su alcuni passaggi problematici, in parte riflettendo prevenzioni e luoghi comuni di chi scuoteva la testa oppure assumendo conclusioni date per scontate non sempre in grado di distinguere le cause dagli effetti.

E, aldilà di ogni sforzo di inserire gli eventi in un quadro economico e rendere politicamente organico quell’iniziale sommovimento cittadino, riaffiora un fotogramma che allora esprimeva un sentire “contro e nonostante” Livorno, in un rapporto di amore-odio oggi meno conflittuale.

In un freddo sabato pomeriggio del dicembre 1986, un nutrito corteo per gli spazi sociali e contro la repressione transita per via Grande, tra lo sconcerto della gente. Dal gruppo alla testa, in cui prevale il nero, sul ritmo di una nota canzone degli amati Cccp viene intonato e ossessivamente ripetuto il ritornello: LIVORNO PARANOICA! LIVORNO PARANOICA!… PA RA NOI CA

 

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta ad oggi, Milano, Agenzia X, 2018,  pp. 264, illustrato, € 15

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libri & sconfinamenti

  1. Luca Falorni

    Grazie per l’ospitalità

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