Prima dell’alba

«Non si fidava dell’evidenza, dei giudizi affrettati. Si sforzava pazientemente di comprendere, ben sapendo che i moventi più chiari non sono sempre i più profondi.
Non aveva una grande opinione degli uomini e delle loro possibilità, eppure continuava a credere nell’uomo.»
(Maigret et les viellards)

di  emmerre

Lo sappiamo: ogni vita è disseminata di circostanze imprevedibili quanto fatali e questo libro mette in relazione due incontri, anche se in realtà concatenati con innumerevoli altre esistenze tragicamente divorate dalla “grande” guerra.
Per il lettore l’interesse e l’approccio possono essere diversi; infatti è, allo stesso tempo, un veritiero romanzo storico, un’intrigante detective-story nonché una profonda quanto attuale riflessione etica sul rifiuto dell’obbedienza.

La storia corre su due binari che finiranno per convergere: il ristretto orizzonte, ai confini dell’umanità, delle trincee della “quindicidiciotto” e il clima opprimente degli anni Trenta, quando “i treni arrivavano in orario”.
A distanza di quasi un quindicennio, un filo lega due morti, anche se si tratta di due persone di diversa collocazione sociale, per molto tempo rimaste paritariamente immerse nelle nebbie della storia ufficiale: un soldato come tanti e un pluridecorato alto ufficiale veronese ormai divenuto un gerarca del regime.

Alessandro Ruffini. Francobollo commemorativo emesso dalle Poste del Lussemburgo in occasione del centenario della sua morte.

Il soldato era l’artigliere Alessandro Ruffini, contadino “classe 1893”, originario di Castelfidardo,  ormai divenuto, suo malgrado, oggetto di ricerche e un simbolo delle tante fucilazioni sommarie e sovente immotivate che segnarono gli anni del conflitto, in nome dell’onor di patria e di una presunta giustizia militare.
Ad ordinare in pochi istanti, nel novembre 1917, la sua esecuzione era stato il generale Andrea Graziani che, nel dopoguerra, venne pubblicamente accusato di arbitrio per aver rastrellato, infierito e fatto fucilare con zelo allucinato un numero imprecisato di presunti disertori durante la disfatta di Caporetto. Lui stesso si vantò di aver condotto “una vera lotta di aggressione morale e fisica contro le orde di sbandati”.
Ovviamente, per lui non ci fu nessuna conseguenza penale ed anzi venne nominato luogotenente della Milizia fascista, ma la sua carriera s’interruppe nel 1931 quando venne trovato cadavere, dopo una misteriosa caduta da un treno lungo la linea Firenze-Bologna. Seguirono solenni funerali a Verona e sei anni dopo fu eretto un cippo dedicato a “l’intrepido condottiero che in guerra e in pace alla Patria e al Fascismo donò l’intera sua devozione”.

L’autore del libro, Paolo Malaguti, oltre ad indossare i panni di chi fu incaricato della difficile quanto scottante inchiesta, costruisce un intreccio plausibile, ma soprattutto ci offre, con l’accuratezza del ricercatore storico e rara sensibilità, l’estrema dimensione umana del carnaio bellico tra il dolore dei corpi e le angosce interiori, le alterazioni temporali, l’annegamento delle emozioni.

Fondamentale, per restituirci questa realtà nel modo più coerente, il suo lavoro sul piano lessicale e lo studio dei luoghi, delle mentalità e degli strumenti della guerra, di cui si trova peraltro conferma nelle memorie scritte e nei ricordi orali dei reduci.

Il risultato è quindi davvero meritevole del favore e dell’attenzione che sta incontrando, ma – a modesta opinione di chi scrive queste note – la parte finale della narrazione è quella di maggior valore rendendola diversa da altre. Paolo Malaguti si sofferma infatti sull’interrogativo che dovrebbe insorgere nell’animo di ognuno di fronte agli orrori che, non soltanto in tempo di guerra, vedono sopraffazione, paura e annientamento all’ordine del giorno.

Un interrogativo, vitale, riguardante le scelte individuali di tutti, tra complicità morale col potere, rassegnato asservimento e dignità della non-sottomissione.

«Man mano che venivano imposte le regole, lui e tutti gli altri avevano continuato a rispettarle… a saperlo, bisognava morire prima.
E se non si moriva, bisognava almeno disobbedire.
O, almeno, ubbidendo, bisognava provare a perderla la guerra.»

 

Paolo Malaguti, Prima dell’alba, Vicenza, Neri Pozza, 2017, pp. 302, Euro 17.00

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