Un amaro per non digerire

«Non si rovescerà il potere come si rovescia un Governo. Il fronte unito contro l’autorità copre l’estensione della vita quotidiana e impegna l’immensa maggioranza degli uomini. Saper vivere è saper non arretrare di un pollice nella propria lotta contro la rinuncia» (Raoul Vaneigem, Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni)

di Martina Guerrini

Gianfranco Marelli è autore già noto alle pagine di questo blog: la sua appassionata ricerca concernente la storia e la teoria dell’Internazionale Situazionista, è infatti conosciuta, ormai, anche da lettori e lettrici non coinvolti direttamente o indirettamente nelle vicende del movimento rivoluzionario più fecondo della critica radicale della seconda metà del Novecento (Una bibita mescolata alla sete).

Quest’anno è stato ripubblicato per Mimesis, riveduto, corretto e ampliato, L’amara vittoria del Situazionismo. Storia critica dell’Internationale Situationniste, 1957-1972 (precedentemente dato alle stampe da BFS edizioni, 1996), un volume importante e imprescindibile per chi voglia immergersi nei flutti del situazionismo storico. Naturalmente è impossibile in una recensione sintetica come questa dare conto della vastità, accuratezza e profondità che Marelli ha impiegato per mettere in luce gli intrecci e i labirinti di quell’esperienza: nata dall’avanguardia artistica del secondo dopoguerra, il suo obiettivo era liberare ovunque l’individuo dalla merce e saldare l’orizzonte sovversivo all’inverarsi quotidiano della poesia come vita, ponendosi in questo modo come superamento del surrealismo rivoluzionario (anche se, forse, non completamente saldando i conti con esso). Tra le pagine del libro si susseguono diacronicamente le fasi di sviluppo di quell’insorgenza – dall’Internazionale lettrista, all’avanguardia CoBrA, fino alla conferenza del 1957 che darà l’avvio alla nascita effettiva dell’I.S.

Le difficili verità che Marelli ci mostra sono una lucida e rigorosa – opportuna – analisi sui limiti, i “recuperi”, le neutralizzazioni che le teorie dell’I.S. hanno subito, in parte per motivi di carattere storico – figlie dei tempi in cui furono discusse – e in parte per limiti intrinsechi alle caratteristiche organizzative che rappresentano forse la questione più complessa dell’intera vicenda. Se è impossibile, come Marelli spiega, non soffermarsi sulle conseguenze delle espulsioni e/o della loro “finzione”, così come su quelle derivate dalla presenza ingombrante del mito fondatore (in questo Debord può apparentemente sembrare vicino a Breton), sarebbe altrettanto impossibile non considerarne le cause, e la smania irresistibile ad essere più veloci della merce circolante, a non farsi “prendere”, “catturare” dal capitalismo come dagli atteggiamenti dei poser pro-situ.

La complessità della storia situazionista, così come della teoria – oggi neutralizzata grazie all’odierna “interpretazione” della Società dello Spettacolo, mera valutazione negativa della mediaticità politica, emotiva, sociale, volta a negare il rigore marxiano del concetto di “Spettacolo” come relazione tra cose offerto da Debord – è, saremmo tentati di dire, il vero argomento del libro. Non è un caso, o almeno chi scrive vorrebbe leggerlo anche in questa direzione, l’ulteriore riscrittura del Compendio finale, significativamente aperto dall’oro situazionista e concluso con la noia controrivoluzionaria.

Se il situazionismo ha vinto, perdendo amaramente, perché divenuto dalla miglior critica della mercificazione spettacolare di ogni essere vivente a massimo strumento di realizzazione dell’incubo denunciato, è altrettanto certo – come evidenzia Marelli nel libro – che bisogna evitare la noia del refrain pro-situazionista, e provare a collegare il meglio e il non ancora “catturato” della sua storia con l’urgenza e la necessità di ripensare un orizzonte rivoluzionario oggi.

Ed è forse la migliore risorsa di questo lavoro l’aver tracciato direzioni di critica alla contemporaneità che nella metà degli anni Novanta nessuno sembrava percepire, nella stretta – davvero noiosa – tra cyberteorie e distopie letterarie. Oltre al fatto che, diversamente da molti – seppur interessanti – testi sul situazionismo odierni, questa ricerca assume una prospettiva che abbraccia ogni aspetto di quella esperienza rivoluzionaria, umana e storica, rifiutandosi di specializzarsi in una delle declinazioni del post-situazionismo (critica dell’urbanistica, critica dello Spettacolo, critica della merce, critica della critica e così via): nell’assunzione di questo specifico metodo, da parte di Marelli, si può ravvisare la miglior comprensione della critica situazionista della separazione, contro i rischi di recupero e costruzione del potere sulle ceneri della vitalità poetica della rivoluzione.

Gianfranco Marelli, L’amara vittoria del situazionismo.Storia critica dell’Internationale Situationniste, 1957-1972Mimesis, 2017

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libri & sconfinamenti

  1. Hai messo molto dentro questo articolo! Dove parli di un libro la cui lettura richiederebbe una piattaforma molto solida di saperi e di riflessione sugli stessi (che dubito di possedere). Non me lo perderò, credo – salvo dover poi fare la tara di tutto ciò che questa lettura potrà/dovrà richiamare o che, molto più probabilmente, dovrà rimanere irrisolto. Cosa che non sempre è male, anzi.

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    • Ciao Ivana, grazie mille per il tuo bel commento, tuttavia l’autrice di questo splendido articolo non sono io, bensì Martina Guerrini, alla quale vanno tutti i miei complimenti.
      Sicuramente sono molte le porte e le letture che può aprire il libro di Marelli e questo (ne sono convinta anch’io) è sempre un aspetto positivo!
      Ciao 🙂

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  2. Avevo visto che l’articolo era di Martina Guerrini e, mentre mi congratulo comunque con te con te per aver pubblicato questo contributo, temo di essermi rivolta a lei, dandole del tu, in forza dell’averla considerata una collaboratrice del blog – ho esteso a lei il rapporto con te, e tra blog, come dire.
    Rinnovo le congratulazioni: a tute e due.
    Ciao. Alla prossima!

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  3. Veramente ero io che, nelle intenzioni, mi stavo scusando per i miei modi. Sempre stata, io, affetta da una leggera forma di incompetenza sociale.
    La parte bella, è che siamo interessate alla produzione dell’altra: tutto bene, dunque
    Ciao, un abbraccio

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