Veglia irlandese

«Il mio nome è Gertrude A. Bannister.
Dicono che sono vecchia, anzi vecchissima, più vecchia del più consunto dei loro calendari.
Dicono che sono così vecchia da aver perduto il conto dei miei anni. Dicono poi che l’età gioca strani scherzi, e lo stesso dicono a proposito del cuore, e dell’amore.
Dicono che sia trascorso almeno un secolo da che io vivo in questa casa che sta in cima all’Irlanda.
Dicono che da un secolo io vivrei in esilio; ma anche dicono che vivrei per espiare un voto, o una condanna.
Infine dicono che sono sul punto di morire: che morirò domani, dicono, appena farà giorno – e il carro sonante delle fate trasvolerà i camini della casa e le pigne alte dei larici.
Dicono, dicono. Non c’è storia in Irlanda che non cominci così con un “dicono”.»

Sono entrata nelle pagine di questo libro grazie alle parole di Tabucchi che firma una seducente quarta di copertina e confesso di non essermene affatto pentita.
Per mia cattivissima abitudine do pochissimo credito alle quarte di copertina, prefazioni e postfazioni varie, ma se ci fosse una lista di motivi per cui potrei venire meno a questa pratica, Tabucchi ne farebbe sicuramente parte. E, se il professore fosse vivo, non mi farei scrupoli a dirgli che è stato sleale da parte sua aprire la presentazione di questo libro con una simile affermazione: “ Probabilmente Borges avrebbe amato questa storia.”

Tabucchi e Borges, capite bene che non potevo lasciar perdere questo romanzo.

Veglia irlandese di primo acchito potrebbe sembrare un romanzo storico, perché di Storia al suo interno ce n’è molta, ma tanto la storia d’Irlanda del secolo scorso quanto lo sfruttamento e i misfatti perpetrarti dagli europei in Congo e in Perù e perfino la carneficina della Prima guerra mondiale altro non sono che il fondale di una storia tutta personale, quella della famiglia di Gee Bannister, innamorata ma non corrisposta del cugino Sir Roger David Casament.

Ma ecco un’altra trappola: se non è esattamente un romanzo storico, impossibile anche rubricarlo come semplice storia d’amore. Se vi va, lasciamo da parte tutte le etichette e mi limito a buttar giù un paio di buoni motivi per cui il libro secondo me vale la pena, ci state?

Il protagonista di questa vicenda è Sir Roger David Casement (1864-1916),  fu membro del servizio consolare britannico, ricoprì numerosi incarichi di rilievo, tra cui le indagini sui crimini dei mercanti bianchi e delle corone europee in Congo e in Perù che gli valsero una certa notorietà. Fu un acceso patriota irlandese e finì condannato a morte nel 1916 per tradimento, avendo cercato l’aiuto della Germania per patrocinare una rivolta per l’indipendenza irlandese contro la Gran Bretagna.

Fin qui la storia, ma come accennavo all’inizio, il romanzo non prende direttamente in considerazione il punto di vista di Roger David Casement, poiché la narrazione è affidata alla cugina Gee Bannister che, ormai vecchia, è rimasta l’ultima custode della casa e dei segreti di famiglia.
Sentendosi prossima alla morte, anzi avendo ricevuto la visita di una banshee [1], decide che è giunto il momento di mettere per iscritto l’intricata vicenda del cugino e delle cospirazioni irlandesi a cui aveva preso parte, ma soprattutto si convince a mettere nero su bianco il suo sentimento – mai sopito né dal tempo né della distanza – per Roger David.

Il romanzo, che si apre con la visita del poeta Keats nel dormiveglia di Gee e col lamento di una banshee, oscilla tra l’onirico e il magico – quel tipo di magico caro a Borges e Bioy Casares, tanto per capirci – ma non è una modalità di racconto che rende meno vero e autentico il dettato storico, tutt’altro. Per quanto la storia d’Irlanda e la personale parabola di Casament siano qui ammantate da un velo di magico-sacro che ovatta e sfuma persone e contorni, le vicende storiche non solo non perdono niente del loro valore ma anzi si caricano di una maggiore tragicità.
Del resto, grazie al “tocco dell’arte” quante pagine di storia si rivelano in tutta la loro tragicità e diventano archetipi universali di violenza e ingiustizia? Il meccanismo del racconto di Gee è esattamente questo e in quest’ottica credo vada letto.

Infatti, la dimensione magica in questo libro rientra perfettamente nei canoni classici della letteratura popolare, laddove il sovrannaturale è solo una delle opzioni possibili, un linguaggio come un altro utile a spiegare quello che umanamente non si può spiegare, sia che ci si trovi di fronte un evento naturale straordinario, sia l’atrocità di un conflitto mondiale.

Proprio per questa modalità di narrazione (a mio avvisto ben strutturata ed egregiamente sostenuta lungo tutto il romanzo) diventa difficile scrivere un resoconto razionale di Veglia irlandese e, a complicare ulteriormente le cose vi è il profondo sentimento provato da Gee per il cugino che costituisce l’altra colonna portante del testo.
Tra i due vi è un legame profondissimo nonostante la precoce presa di coscienza che il cugino non potrà mai ricambiare i sentimenti di Gee come lei vorrebbe.
È un sentimento potente, anch’esso intriso nella dimensione magica del romanzo, nutrito dalle comuni origini irlandesi e dalle stesse radici familiari. Anche qui infatti è grazie alla trasfigurazione magica che si riesce a trasmettere la potenza di un sentimento che proprio nel non suo poter essere diventa perfetto, impossibile da annientare.
Un sentimento talmente radicato nel profondo di Gee, impossibile da estirpare, e che la rassegnazione riesce a malapena a  trasfigurare.

«È così facile, libro, disobbedire a una donna innamorata.
E tuttavia, non per questo una donna ama di meno.»

 

Athos Bigongiali, Veglia irlandese, Sellerio Editore, Palermo, 1993

 

[1] La banshee nella tradizione popolare irlandese e scozzese è uno spirito femminile che si aggira attorno a paludi e fiumi, nelle sorgenti o nelle colline. Le banshee sono legate ad alcune antiche famiglie e quando un membro della famiglia protetta muore, o è in procinto di morte, la banshee piange e si dispera.

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Bellissima recensione, grazie. E io mi sto chiedendo come è avvenuto che non abbia mai letto questo autore. Rimedierò-

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  2. Anch’io a volte mi faccio convincere da una quarta di copertina scritta particolarmente bene. Con Tabucchi poi, cedere è ancora più facile. 🙂
    Non conoscevo questo libro ma ultimamente mi sta capitando, più per caso che per un mio particolare interesse, di aggiungere alla mia lista dei desideri parecchi romanzi della Sellerio, casa editrice di cui ho letto pochissimo. Ora aggiungo con piacere anche questo “Veglia irlandese”.
    Complimenti per l’articolo e per il blog!

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