L’allegra guerra di Dos Passos

«Ho bisogno di essere in movimento esternamente o
di esserlo internamente attraverso la letteratura.»

di  emmerre

Lo scrittore John Dos Passos (1896-1970) è uno dei numerosi giovani statunitensi – tra i quali l’amico Ernest Hemingway – per lo più studenti, artisti, giornalisti e intellettuali, che durante la Prima guerra mondiale prestano servizio sul fronte italiano, come autisti delle autoambulanze della Croce Rossa e di altri simili organismi pubblici e privati.
Mossi dall’interventismo democratico e anti-tedesco, per irrequietezza esistenziale oppure perchè erano stati scartati alla visita di leva o, al contrario, volevano evitare l’arruolamento nei reparti combattenti, questi volontari vivono l’esperienza della guerra sicuramente in una condizione privilegiata, anche perchè la loro funzione rispondeva ad esigenze soprattutto propagandistiche, a favore dell’impegno del governo americano nella guerra europea.
Dos Passos dopo aver prestato servizio in Francia, nel carnaio di Verdun, giunge – ventiduenne – in Veneto all’inizio del 1918, l’ultimo anno del conflitto, dove rimane fino a maggio, trasportando feriti dalla zona del Grappa all’ospedale di Cittadella.

Se si conoscono i diari di guerra di quanti erano in prima linea, la lettura del suo appare provenire da un’altra dimensione.
Per comprendere tale distanza, basta leggere negli appunti quotidiani il menù di questi ragazzi nelle loro uniformi pulite (uova, cioccolato, latte condensato, zabaione, marsala, vermouth, rum, ponce…) e confrontarlo con l’immangiabile e misero rancio di fanti e artiglieri, comprendente un tozzo ammuffito di pane e, prima degli assalti suicidi, fiaschi di vinaccio.
Così come i loro alloggi ben diversi dalle trincee e senza dover respirare costantemente l’odore di morte, avendo persino la possibilità di leggere romanzi e scrivere una lettera senza l’incubo che fosse l’ultima.
Eppure, anche tra quanti erano partiti da oltreoceano mossi da spirito d’avventura e con una mentalità quasi turistico-sportiva, la realtà brutale del conflitto sarebbe presto apparsa disincantata:

«Una cosa emerge chiaramente e cioè che più di tutto porta la gente a ridursi nella schiavitù della guerra è il nazionalismo – l’ipocrisia del patriottismo. […] E’ la maschera di ogni brama di commerci e brama di gloria – e la stupidità asinina che convince la gente a sacrificarsi sull’altare più vicino – a prescindere da quanto sia sfrontato il Dio che lo sovrasta».

Da questa presa di coscienza, nonostante la loro sensibilità e vitalità, non seguono però scelte conseguenti, vicine alle diserzioni e alle rivolte spontanee quanto disperate delle masse proletarie in grigioverde condotte al massacro: “Mi chiedo se sparare a un ufficiale e farla finita […] non sia forse l’unica Soluzione”.
Nel crollo delle illusioni, “si è imparato, in un certo senso, che tutto e tutti siamo umani, eccetto il governo”, annota Dos Passos. Eppure, sembra non saper parlare dei feriti e moribondi trasportati sull’ambulanza Fiat: i “poveri diavoli di soldati [che] morivano” restano quindi ombre insopportabili.

Da questo punto di vista, il Diario documenta e testimonia lo stato d’animo di un giovane borghese non ancora pienamente consapevole, anche se nell’ultima lettera dall’Italia, l’autore auspica che altre “persone con una testa propria […] vengano in Europa a vedere esattamente che razza di festa sia questa in cui l’Europa si sta suicidando così allegramente”.
Per una lettera di simile tenore “disfattista” rischiò quindi d’essere incriminato per tradimento.

Il Diario rappresenta, peraltro, la premessa dei due romanzi successivi, ben più critici non solo verso verso il militarismo ma anche “del mondo moderno in generale, con la macchina di illusioni della sua propaganda e dei suoi politici” (dalla Prefazione di Silvia Guslandi): “L’iniziazione di un uomo” e, soprattutto, “Tre soldati” che collezionò ben tredici rifiuti editoriali e varie censure.

La prima e unica traduzione italiana è stata ottimamente (anche se “guns” in questo caso sta per “fucili” e non per “rivoltelle”) curata da Silvia Guslandi che ne è pure l’attenta curatrice, ed è stata pubblicata nel 2014 da Gammarò, piccola ma preziosa casa editrice di Sestri Levante.

 

 

John Dos Passos, L’«allegra montagna di menzogne». Diario della Grande Guerra (9 dicembre 1917 – 6 giugno 1918), Gammarò edizioni, pagine 138, con foto, euro 16.00.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: