La rivolta dei pescatori di Santa Barbara

«la tempesta che esplode dal deserto del tempo
sulla speranza più luminosa del mondo avvinta
al crimine più orrendo dell’uomo.»
(Herman Melville, Presentimenti)

di Jean Rabe

 La letteratura di mare si è sovente annodata con la letteratura sociale: veleggiando con Hugo, Verga, Conrad, Verne, London, Hemingway, Simenon, Marquez… Tra le ondate del loro narrare, infatti, la lotta contro la forza degli elementi si accompagna a quella contro l’innaturale contrasto tra l’avere e il non avere.
Probabilmente perché dentro una tempesta o nell’immobilità di un’infausta bonaccia, l’uguaglianza tra gli sballottati esseri imbarcati appare in modo ancora più evidente.
La storia tragica del presente ne è peraltro conferma, tra corpi e speranze alla deriva verso un mondo già annegato nel suo falso benessere.

Eppure, tra i flutti, può emergere anche la metafora dell’insorgenza umana, di volta in volta incarnata dai pirati salgariani, in capitan Nemo o nei lavoratori del mare, sino a chi oggi è considerato clandestino prima ancora che, vivo o morto, raggiunga la terraferma.

La rivolta dei pescatori di Santa Barbara di Anna Seghers appartiene, a pieno titolo, a questa corrente, seppure con stile e carattere originali. Pubblicata per la prima volta nel 1928 a Berlino, racconta lo sciopero, senza vittoria, dei marinai bretoni contro lo sfruttamento della Compagnia degli armatori.
Scene di un conflitto di classe, sotto l’orizzonte del Mare del Nord.

«Di buon mattino tutto il paese, uomini donne e bambini, si era ritrovato al porto per impedire la partenza del Maria Farère. Poiché gli armatori si eran rivolti al prefetto, e avevan combinato con lui di far partire il Maria Farère ad ogni costo, soldati del reggimento Kedel erano stati inviati per proteggere la partenza, se necessario. Erano allineati sul molo. La gente di Santa Barbara stava in fitti gruppi sulla piazza del mercato.
Il sole era già sorto; vento gagliardo, alta marea. Eran tanti, eppure si poteva sentire la voce del mare»

L’autrice si addentra in anfratti materiali e morali, fotografando in bianconero le esistenze di uomini e donne in bilico tra risentimento e rassegnazione, all’ormeggio nelle bettole e in attesa lungo i moli.
Lo scrivere è ruvido, asciutto, anche scabroso. Di un realismo aspro che oggi non siamo più abituati a deglutire.
La speranza di riscatto appare e scompare alla vista, come se si fosse a bordo di una nave tra i baratri di una burrasca oceanica, ma alla fine, quando la lunga vertenza si conclude senza risultato, gli sconfitti che riprendono il mare non hanno le sembianze dei vinti o dei naufraghi. Sanno semmai di salmastra e non ammainata dignità.

«Ora il mare era imbrigliato, come se dai più profondi abissi avesse chiamato a raccolta le sue onde migliori e più intatte. Il sole sulle pietre aveva un odore speciale, percettibile solo in quel tempo.»

 

Anna Seghers è stato lo pseudonimo della scrittrice tedesca Netty Reiling (1900-1983). Laureatasi nel 1922 in storia dell’arte a Heidelberg, con una tesi sull’ebraismo nell’opera di Rembrandt, dopo aver viaggiato all’estero, sposò nel 1925 lo scrittore e sociologo ungherese Laszlo Radványi e nel 1929 aderì nel Partito comunista tedesco. Il nazismo mise al bando le sue opere a causa della loro ispirazione rivoluzionaria, e lei stessa – dopo essere stata arrestata nel 1933 – fu costretta a emigrare a Parigi. Nel 1935 prese parte al congresso antifascista dell’AEAR per la difesa della cultura al Palais de la Mutualitè; nel 1937, durante la guerra civile spagnola, tenne un comizio antifranchista a Madrid. Quindi – dopo l’occupazione tedesca della Francia – nel 1941 si rifugiò in Messico. Rientrata a Berlino nel 1947, accettò e condivise il tetro “socialismo reale”, ottenendo importanti riconoscimenti e cariche nel panorama letterario della Repubblica Democratica Tedesca.
La rivolta dei pescatori di Santa Barbara è stata la sua prima opera, tradotta ed edita in Italia per la prima volta da Einaudi nel 1949.

 

Anna Seghers, La rivolta dei pescatori di S. BarbaraFederico Tozzi Editore in Saluzzo, , 2016

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

 

 

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