La tribù di Moro Seduto

«Là, dove la parola legge è solo la terza persona del verbo leggere.»

di Jean Rabe

Correva, veloce, l’anno: era il ’77.
Siamo dunque entrati dentro il quarantennio, tra sommesse condanne, mistificazioni, rimozioni e tentativi di addomesticamento
Prevale la vulgata politicante secondo la quale il variegato e dirompente movimento collettivo che attraversò quell’anno faccia parte di un passato da cancellare, espellere, tra leggende sovrapposte: quella degli studenti creativi e pacifici e quella degli autonomi, degli estremisti, dei terroristi che, insensatamente, lanciavano molotov e sparavano per le strade con le pi-trentotto.
Oppure, a differenza della “meglio gioventù” del ’68, erano solo una tribù di fricchettoni che, in preda alle droghe, ballavano selvaggiamente nudi al Parco Lambro.

La maggioranza dei consumatori-spettatori dell’informazione italiana ingurgita senza tanti perché la storia preconfenzionata di mesi che videro centinaia di migliaia di vite, felici quanto rabbiose, irrompere e rivoltare lo scenario normalizzato di un’Italia in cui l’intesa governativa tra Democrazia cristiana e Partito comunista andava di pari passo con gli scandali per corruzione, i sacrifici imposti ai lavoratori con la complicità sindacale e  la chiusura poliziesca di ogni spazio di dissenso.

tano-damico

foto di Tano D’Amico

Dell’anomalia italiana si accorsero pure decine di filosofi e intellettuali tra i quali De Beauvoir, Sartre, Foucault, Barthes, Sollers, Deleuze, Guattari, Macciocchi.
A distanza di decenni, è semplice raccontare, con supponenza, che si era negli indistinti “anni di piombo”, eppure Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, giovani manifestanti senza armi, morirono colpiti da pallottole statali, mentre Walter Rossi e Benedetto Petrone furono uccisi per mano fascista.
Se si perde il filo della memoria dei termini di quel conflitto sociale, è del tutto normale non comprendere la scelta di costruire barricate, di difendersi e pure di contrapporre violenza alla violenza, mentre le piazze di Bologna venivano occupate militarmente dai carri armati “in difesa della democrazia”.

Eppure, aldilà delle pseudo analisi sociologiche e delle banalità scritte sulla cosiddetta “ala creativa” del movimento, quell’esperienza conobbe una radicalità che, fuori dalla logica alienata della militanza politica, recuperava aspetti divertenti delle avanguardie artistiche ed elementi della critica situazionista, assieme alla capacità di costruire canali di comunicazione alternativa e occasioni di sociabilità contro ogni omologazione e mercificazione; non di meno, grazie all’esplosione femminista, tentò di mettere in discussione il maschilismo “anche di sinistra” e i modelli dominanti nel rapporto tra i sessi.

Il libro forse più in sintonia con quell’aria, non è un saggio, ma un romanzo umoristico, parente dell’irripetibile giornale “Il Male” ma anche delle dissacranti irruzioni degli Indiani Metropolitani o dei “dada-maoisti”: La tribù di Moro Seduto. Venne scritto proprio in quei mesi agitati da Stefano Benni; un libro presto tolto dagli scaffali delle librerie e mai più ristampato dall’imbarazzata Mondadori. Infatti, l’anno dopo il segretario democristiano Aldo Moro venne sequestrato e ucciso dalle Brigate rosse nella loro improbabile guerra al cuore di uno Stato che non aveva cuore, ma si perpetuava ben più sottilmente grazie all’accettazione dei modelli consumistici veicolati dal capitale e alla delega televisiva a favore di presunte e cupe avanguardie che, in modo spettacolare, conducevano la lotta armata.

In esso si ritrova l’ironia corrosiva, il gioco surreale del deturnamento, la pratica sovversiva dello sberleffo contro ogni potere. Difficile immaginare se oggi può ritenersi solo un reperto archeologico per qualche nostalgico ormai diversamente giovane, oppure se può ancora raccontare qualcosa a chi, per motivi anagrafici e non solo, è lontano dal 1977 forse anche più che dalle imprese guerrigliere di Garibaldi o dal tumulto dei Ciompi.
Comunque, senza mordersi la coda inseguendo questi interrogativi, rimangono alcune pagine fantastiche, forse del migliore Benni.

«King Kong vive in una grotta del Nuorese, contento del poco che ha. Quattro anni prima era un cucciolo di cocker, che le radiazioni della vicina e innocua base Nato hanno fatto crescere sano e forte. Catturato mentre cerca di introdursi alla Mensa Ufficiali della base, viene esposto sulla Costa Smeralda ai turisti curiosi. Gli viene messa in mano, per le fotografie, una donna in bikini che egli continua ostinatamente a lasciar cadere. Preferisce mettersi le mani nel naso e scagliare sui presenti pidocchi grandi come Volkswagen. Viene picchiato, costretto a posare, e monetizzato.
De Laurentis lo assume per il film King Kong. Lo scimmione è sottoposto a un ritmo massacrante: distruzione di Mottagrill, sradicamento di condomini popolari, scontri con l’aviazione e con reparti di celerini. Esausto, si ribella e incrocia le zampacce.
Il suo caso divide l’opinione pubblica.»

Proprio come il Settantasette.

 

Stefano Benni, La tribù di Moro Seduto, Milano, Mondadori, 1977

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: