Più che puoi (a proposito di Kavafis)

Se non riesci a farla come vuoi, la vita,
sforzati almeno più che puoi
di non prostituirla
nei contatti eccessivi con la gente,
con i gesti eccessivi e le parole.

Non la svilire col portarla
troppo spesso in giro, con l’esporla
ai rapporti e ai commerci
dell’insensatezza quotidiana
finché diventi estranea ed importuna.

(Costantino Kavafis, Più che puoi)

kavafis_einaudiQualche tempo fa, nel post dedicato a Kavafis, mi veniva chiesto cosa ne pensassi della versione delle poesie del poeta alessandrino proposte da Einaudi nella traduzione di Nicola Crocetti rispetto a quelle di Guido Ceronetti, pubblicate da Adelphi.
In quell’occasione, essendo ancora forte l’impressione della lettura delle poesie nella versione di Ceronetti ed avendo da poco iniziato la lettura di quelle di Crocetti, liquidai la cosa piuttosto superficialmente, per accorgermi solo dopo, a distanza di mesi e con una lettura più approfondita del testo di pubblicato da Einaudi, di essermi decisamente sbagliata.

Mi sono posta il problema della traduzione di Kavafis quando mi è capitato per le mani un’antologia, a cura di Filippo Maria Pontani, in cui stentavo a riconoscere alcune poesie che avevo amato alla follia nella traduzione di Ceronetti. Come era possibile?

Purtroppo non possiedo le competenze linguistiche per leggermi l’originale, ma la cosa cominciava ad incuriosirmi e allora ho fatto quello che si farebbe con dei manoscritti antichi quando si cerca di stabilire quale sia la versione più antica e più prossima all’originale, ovvero ho messo a confronto tutte le versioni che avevo sotto mano.

Da questo confronto – del tutto arbitrario e quindi assai opinabile – ho escluso quasi subito il Pontani che, per la mia sensibilità, pare su un altro pianeta, lasciando quindi a duellare sulla scena l’amato Ceronetti (a lui devo il primo e appassionante incontro con Kavafis) e il Crocetti, con cui non era stato amore a prima vista, ma con cui non riuscivo a smettere di confrontarmi.

Fatte salve le premesse – ovvero la mia incapacità di leggere l’originale – alla fine mi sono resa conto di preferire di gran lunga le traduzioni di Nicola Crocetti, venendo così a ribaltare il frettoloso giudizio espresso all’epoca di quel post.

Se allora pensavo che la versione proposta da Einaudi fosse poco “vigorosa” e meno coinvolgente, col tempo, rileggendo attentamente le poesie e anche alla luce del giudizio espresso da Brodskij sulla poesia di Kavafis (in Conversazioni, Adelphi), mi sono accorta che questa traduzione ha il pregio di riuscire a mantenere un costante livello di tragicità per tutto il testo. È vero che a una prima lettura l’emozione può apparire trattenuta rispetto alla versione di Ceronetti, ma basta poco per rendersi conto che invece la voce del poeta si accorda su un sentimento che non prevede apici o abissi, ma un limpido tono drammatico che non ha bisogno di squarciare le vesti per giungere al lettore.
Questo aspetto credo che si possa considerare un tratto piuttosto significativo della poesia di Kavafis e dunque, per quanto le traduzioni di Ceronetti siano belle e toccanti, sorge il dubbio che possa averci messo davvero tanto del suo.

Sulla fedeltà del traduttore le scuole di pensiero sono varie e quasi tutte hanno la loro parte di ragione; per quanto mi riguarda, preferisco sempre un verso che sia meno lirico in italiano ma sostanzialmente fedele alla versione originale rispetto ad un verso che “suona bene” ma scompagina significato e sintassi. Per un traduttore, infatti, sarebbe raccomandabile lavorare  sottopelle, al servizio dell’autore e, possibilmente, senza rubargli la scena.

 

“Più che puoi” tratta da Costantino Kavafis, Poesie, a cura di Nicola Crocetti, Einaudi 2015

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libri & sconfinamenti

  1. Ero già tentata da questa edizione, grazie per avermi schiarito le idee sulla traduzione.

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  2. Ho letto Kavafis nella versione Ceronetti, però accetto il tuo consiglio; mi procurerò la traduzione di Crocetti per Einaudi.

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  3. Ah, alla fine anche io ho letto questa traduzione di Crocetti (di Ceronetti solo qualche poesia). Concordo: si respira un tono sommesso e drammatico. Non saprei dire se è più aderente all’originale (non conosco il greco), ma anche io preferisco una traduzione con meno slanci lirici che “suonano bene” e una maggiore aderenza al significato originario del testo.

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    • Ciao Andrea, sono felice che anche tu sia d’accordo con me. Non conoscendo il greco è difficile capire chi rispetti di più l’originale, ma mi trovo più a mio agio con la versione di Crocetti.
      Per questo post ti sono debitrice, la domanda che tu mi facesti allora ne è l’origine 🙂
      Grazie

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