Conversazioni

«La mia versione probabilmente non ti soddisferà, ma è molto più semplice: chiunque si dia da fare per creare dentro di sé un proprio mondo indipendente, è destinato prima o poi a diventare un corpo estraneo nella società e a essere soggetto a tutte le leggi fisiche della pressione, della compressione e dell’estrusione»

brodskij_conversazioniNon credo che per godere della bellezza di questo libro si debba per forza essere lettori appassionati di Iosif Brodskij (1940-1996) anzi, a dire il vero penso che si potrebbe perfino ignorarlo del tutto, in quanto per apprezzare fino in fondo questa raccolta di interviste, credo sia sufficiente – ma oserei dire fondamentale – nutrire un profondo amore per la poesia.
Infatti, lungo le diciotto interviste contenute in Conversazioni, sono tanti i temi e gli argomenti che vengono toccati, ma senza ombra di dubbio la letteratura e la poesia la fanno da padrone.

«Ciò che mi interessava, e che continua a interessarmi più di ogni altra cosa, è il processo della scrittura» afferma, e nei testi qui raccolti Brodskij non solo si sofferma su alcuni degli aspetti salienti della propria poetica, ma ci offre anche il suo personale sguardo su molti altri scrittori, dando prova di essere anche un acuto e instancabile lettore.

È facile immaginare che all’interno del libro ci sia molto di più, ma il privilegio di essere condotti per mano da Brodskij in persona nel suo personale universo poetico, già di per sé vale il prezzo del biglietto.
Ma quali sono i poeti amati da Brodskij? Su tutti spiccano i nomi di Kavafis, Cvetaeva e Auden ma è sorprendente la grande quantità di autori che dimostra di conoscere con competenza, tra cui, non ultimi, i poeti italiani:

«Se mai esiste una poesia della civiltà – non solo per il tono, ma anche perché capace di sostenere la civiltà –, questa è la poesia italiana. Tanto per cominciare, abbiamo Umberto Saba, di Trieste, un tradizionalista, ma con tutta una serie di tranelli. Poi Giuseppe Ungaretti, che però temo abbia preso Mallarmé alla lettera, la massima che non dovrebbero esserci troppe parole sulla pagina. […] Poi ovviamente c’è Montale.[1] Tra quelli meno noti in America, citerei Cesare Pavese. C’è un suo libro che è veramente fondamentale per chiunque si occupi di poesia, Il mestiere di vivere. […] Poi c’è Zanzotto, e quel personaggio eccentrico che è Sandro Penna, in inglese praticamente inesistente.»

Di poesia si parla tanto anche a livello strettamente tecnico: il passaggio su Kavafis – per me che amo tanto lo scrittore alessandrino – è stato estremamente illuminante, ma non meno degne di nota sono le acute analisi che riguardano Marina Cvetaeva, Anna Achmatova o Wystan H. Auden.

«[le forme metriche classiche] sono uno strumento per organizzare quelle cose che di solito non possono essere organizzate. E trovo che provare a farlo sia un compito molto nobile […] Quando prendi i tuoi contenuti moderni contemporanei, e dai loro una forma secondo uno schema metrico fisso, ti accorgi che funzionano meglio perché nasce una specie di tensione tra quello che stai dicendo e la forma in cu lo stai dicendo in sostanza, tra il  contenuto e la forma. […] Se usi una forma libera o il verso libero per i tuoi contenuti contemporanei, non c’è alcun problema. Le poesie possono anche andare in giro nude, ma a volte ci piace vederle vestite.»

Tuttavia, come già accennavo, è riduttivo confinare il libro solo in ambito letterario. Le interviste si collocano all’indomani dal suo esilio dall’Unione Sovietica (1972) e per questo motivo non c’è intervistatore che non faccia domande sulla sua condizione di esule, su quanto questa influenzi la sua produzione letteraria e su come sia cambiata la sua vita negli Stati Uniti. Ma, anche qui, è evidente che per Brodskij perfino le vicende politiche della sua vita passino attraverso il suo essere prima di tutto un poeta, una condizione che, presume e include tutto il resto.

«Dal mio punto di vista, penso che [Solženicyn] avrebbe fatto meglio a dedicarsi di più alla scrittura invece d’impegnare così tanto tempo in queste altre attività. D’altro canto sembra che l’impegno politico abbia un certo valore per lui, e non solo per lui a dire il vero. Eppure credo che più uno scrittore si immerge in profondità nel proprio lavoro maggiori saranno le conseguenze, letterarie, estetiche e ovviamente anche politiche.»

Tutto questo però, non può di certo metterlo al riparo dall’amarezza della sua condizione di uomo esiliato in cui, lentamente ma inesorabilmente, matura la consapevolezza che non farà più ritorno nel suo paese. Col passare del tempo, man mano che anche le condizioni di salute di Brodskij diventano sempre più precarie, si affievolisce in lui – e quasi scompare – la speranza del ritorno; così la poesia e la lingua[2], pur non salvaguardandolo dal dolore, restano l’ultimo appiglio a cui aggrapparsi per non sprofondare:

«La lingua, però, la porti sempre dentro di te, e tramite la lingua riconquisti tutto. Finché scrivo ho l’impressione di ricostruire l’intero castello scomparso»

 

Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di C. L. Haven, Adelphi Edizioni, 2015

 

[1] In un’altra intervista contenuta nel libro, l’intervistatore chiede a Brodskij con quali poeti sente più vivo il confronto, ovvero con chi sente di “dover fare  i conti”. Risposta: «Tra i viventi, Eugenio Montale, di sicuro.»

[2] A lungo nelle interviste Brodskij si sofferma sulle possibilità e conseguenze poetiche dello scrivere in russo o in inglese.

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Ottimo spunto per farmi dare una mossa, una volta per tutte, e “attaccare” Brodskij. Non lo conosco e credo che iniziare da questo volume sia un buon modo per entrare in contatto con lui. E poi il fatto che ammiri il buon vecchio Cesare (scusa… ma la lacrimuccia è sempre dietro l’angolo…) me lo fa già piacere! Grazie per il post, ciao

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  2. Ciao! Ti confesso che mi ha piacevolmente stupito il riferimento a Pavese ed in particolare proprio al “Mestiere di vivere”.
    Ti ringrazio, fammi sapere poi se decidi di leggerlo! 🙂

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  3. Pingback: Più che puoi (a proposito di Kavafis) | Aspettando il caffè

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