L’ora del diavolo

«Ma io non sono ciò che pensano. Le Chiese mi abominano. I credenti tremano al mio nome. Ma io, che lo vogliano o no, ho un ruolo nel mondo. Non sono colui che si è ribellato a Dio, né lo spirito che lo nega. Sono il Dio dell’Immaginazione, perduto perché non creo.»

lora-del-diavoloTorniamo finalmente a parlare di Pessoa in questo blog e per farlo ho scelto un testo che forse non è fra i più noti, ma che personalmente ritengo, oltre che bello e piacevole da leggere, anche utile per meglio mettere a fuoco certi nodi del pensiero dello scrittore portoghese.

L’ora del diavolo è costituito da una serie di fogli sciolti (19 per l’esattezza) facenti parte dello dell’opera di Fernando Pessoa, depositata presso la Biblioteca di Lisbona. Ovvero, usando un’immagine più poetica, è uno di quei testi balzati fuori dal celebre baule dove nel corso degli anni i critici hanno estratto e pubblicato molte opere del nostro amato poeta.

Il lavoro di ricognizione e organizzazione del testo è stato condotto da Teresa Rita Lopes, una delle massime esperte di Pessoa e personalmente ritengo che, al di là di qualche lacuna, il testo risulti perfettamente godibile. Cronologicamente il racconto si colloca nella prima produzione di Pessoa e secondo le sue intenzioni avrebbe dovuto far parte di un progetto più ampio intitolato Devil’s voice, titolo che lascia supporre una composizione in lingua inglese dell’opera, per quanto il testo con cui abbiamo a che fare sia in portoghese.

Il racconto altro non è che un dialogo fra il principe del male e una donna, del tutto incolore e mero contrappunto narrativo, tanto che, forse, non sarebbe del tutto sbagliato intendere il testo come un monologo. Infatti, il Diavolo nel suo eloquio sembra seguire un filo assai personale, poco si cura della presenza della donna, si abbandona senza censure a considerazioni sulla creazione, sul suo ruolo nel mondo, su quello di Dio, giungendo perfino a confidare l’enorme stanchezza che lo pervade.

«Le confesso che sono stanco dell’Universo. Sia Dio che io dormiremmo ben volentieri un sonno che ci liberasse delle cariche trascendenti di cui, non sappiamo come, siamo stati investiti. Tutto è molto più misterioso di quanto si creda, e tutto questo qui – Dio, l’universo ed io – è soltanto un cantuccio menzognero della verità inattingibile.»

Va detto che non è la prima volta che il nostro poeta – soprattutto nella fase giovanile – si cimenta con il tema letterario del diavolo, tema che lo affascinava fino al punto di battezzare uno dei suoi eteronimi col nome di Jacob Satan.
Ma qui, e nell’opera di Pessoa in generale, non dobbiamo certo aspettarci di incontrare il diavolo cattolico armato di forcone, la bestia e chi più ha ne metta. È un Diavolo esoterico e per dirla tutta e chiara fin da subito è un diavolo gnostico, per quanto questa parola – chissà perché – non compaia nella nota finale al testo, mentre lo stesso Pessoa chiaramente si è definito “cristiano gnostico”.

«Sono colui che hai sempre cercato e che mai potrai trovare. Forse, nel fondo immenso dell’abisso, Dio stesso mi cerca, affinché io lo completi, ma la maledizione del Dio Più Vecchio – il Saturno di Geova – aleggia su di lui e su di me, ci separa, quando avrebbe dovuto unirci, affinché la vita e ciò che desideriamo da lei fossero una cosa sola.»

Mentre più avanti è possibile leggere:

«Sono il negativo assoluto, l’incarnazione del niente. Quello che si desidera e non si può ottenere, quello che si sogna perché non può esistere – in ciò risiede il mio regno nullo e lì poggia il trono che non mi fu dato. Quello che avrei potuto essere, quello che avrei dovuto avere, quello che la Legge o la Sorte non mi hanno dato – l’ho gettato a piene mani nell’anima dell’uomo ed essa si è turbata a sentire la viva vita di ciò che non esiste. Sono l’oblio di tutti i doveri, l’esitazione di tutte le intenzioni.»

Questo diavolo che sente pesante su di sé la scissione da Dio che genera tanta imperfezione nel mondo sensibile, si autodefinisce “il Dio dell’Immaginazione, perduto perché non creo”. Il dolore della creazione negata, il desiderio soffocato questo diavolo lo spartisce col genere umano, e sono certa che molti di voi nel leggere queste parole avranno sentito muoversi dentro la stessa tensione e la stessa inquietudine del celebre verso di “Tabaccheria”:

«Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di conquistarlo, anche se ha ragione.»

Infatti, per quanto sia un racconto semplice e senza nemmeno particolare intreccio narrativo, l’invito a leggerlo che vi faccio è con un occhio teso verso la poesia e le altre opere di Pessoa di cui la sua concezione gnostica sono spesso intrise. Certo ci sono tanti saggi e esegeti dell’opera pessoana che vi potrebbero spiegare il tutto assai meglio, ma dubito che tutti questi signori possano mai farlo con la bellezza narrativa di cui è capace Fernando Pessoa.

«L’anello che usi e ami, l’allegria di un pensiero vago, il sentirti bene di fronte allo specchio in cui ti guardi – non illuderti: non sei tu, sono io. Sono io che lego bene tutti i lacci con cui le cose si decorano, che dispongo esattamente i colori con [cui] le cose si adornano. Di tutto quanto non vale la pena di essere io faccio il mio dominio e il mio impero, signore assoluto dell’interstizio e dell’intermedio, di ciò che nella vita non è vita. Come la notte è il mio regno, il sogno è il mio dominio.»

 

 

Fernando Pessoa, L’ora del diavolo, Passigli Editori, 1998

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