Alla ricerca di Modì

«L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità.»
(P. Picasso)

di Jean Rabe

alla-ricerca-di-modiTanti anni dopo, si potrebbe commentare che la memoria fa strani scherzi, ma in verità il presente e quindi il suo ricordo era stato volutamente mistificato e censurato sin dall’inizio, ma d’altronde correva l’orwelliano 1984.
La storia, quella giornalistica di allora e main stream oggi, resta infatti famosa, ma per la sua faccia più leggera: la “beffa” delle false sculture di Modigliani ritrovate nella melma del fosso reale di Livorno.

Le tre “teste” ripescate subito divennero un caso spettacolare e mediatico in cui l’arte era soltanto un pretesto. Tutti in prima fila a prendersi incautamente meriti e a dispensare pareri incuranti del ridicolo: dall’amministrazione comunale ai critici d’arte, dai responsabili della cultura livornese ai più quotati intellettuali a livello nazionale.
I reperti erano ancora umidi che veniva stampato e messo in vendita un pretenzioso catalogo patinato.
Eppure, tutta l’operazione si fondava poco più che su una leggenda mentre mancava una seria perizia scientifica: un classico fenomeno di autoinganno collettivo.
Ma quando dal fango emersero altre circostanze, le acque subito s’intorbidarono. Lo scherzo messo in atto da un gruppo di studenti che col black&decker avevano prodotto nel giardino di casa una delle tre teste, dimostrando peraltro una certa raffinatezza estetica, venne a sua volta sfruttato dalla stampa, in televisione e persino come pubblicità commerciale.

Qualcuno, tra i registi istituzionali del centenario della nascita di Modigliani, li avrebbe gettati volentieri agli squali, ma d’altronde apparivano ragazzi perbene ed ispiravano simpatia, quali innocui goliardici bontemponi che si stavano annoiando in quell’afosa estate livornese.

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L’artista Angelo Froglia.

Ben altro “trattamento” ebbe invece l’autore delle altre 2 teste, Angelo Froglia, che aveva concepito tutta l’azione come opera artistica di rottura, finalizzata a mettere a nudo l’inconsistenza di certi ambienti accademici ed anche la logica economica che muoveva il cosiddetto mondo dell’arte.

Angelo era e resta invece un grande pittore, ma per disinnescare la sua provocazione in stile situazionista, fu prima descritto come un “dilettante” che lavorava come portuale (e, quindi, sottintendendo una persona senza cultura), ma anche quale tossico (dimenticando che molti altri pittori avevano fatto uso di sostanze) e persino un terrorista, dato che per un episodio di antifascismo militante risalente al 1978 si era scontato tre anni e mezzo di carcere speciale, pur non avendo fatto male ad alcuno.
E, subito dopo la diffamazione, si passò al suo annullamento, alla rimozione della realtà e del pensiero radicalmente antagonista che lo aveva ispirato.
Qualcuno, tra i più benevoli, volle trovare una somiglianza, anche nella fisionomia, fra i due livornesi “maledetti”, ma proprio volendo cogliere un’assonanza tra Modigliani e Froglia sarebbe semmai il caso di sottolineare il fatto che entrambi era stati rifiutati dalla città dove erano nati ed avevano mantenuto un rapporto conflittuale con essa.

Alice Barontini ha perciò provato a restituire un po’ del senso di quel tentativo, parzialmente riuscito, di sabotare esteticamente i meccanismi del conformismo culturale e del mercato dell’arte, anche in polemica con le sedicenti avanguardie, ma anche riconoscere dignità umana e intellettuale a Froglia.

Tale proposito forse non è pienamente riuscito per quanto riguarda la personalità (complessa come   tutte quelle dissonanti in questa società) e la troppo breve vita di Angelo, dato che comunque traspaiono giudizi troppo sensati per quegli anni stridenti, tra il movimento del ’77 e i primi omologanti anni 80.

Al contrario, va riconosciuto all’autrice il merito di far emergere pienamente sia il contesto culturale e politico cittadino in cui avvennero i fatti che la dimensione, autenticamente artistica, di tutta l’opera – ancora sottovalutata – di questo pittore nato e scultore per sfida, secondo quanto egli stesso annotò: «L’artista per sua stessa essenza è antipatico. Egli ha sempre posto quesiti antipatici all’uomo, da un punto di vista privilegiato, quello della sensibilità esasperata e preziosa che lo accompagna, lo disarma e nello stesso tempo lo arma di specificità rispetto al mondo».

 

Alice Barontini, Alla ricerca di Modì. Angelo Froglia  e la performance che mise in crisi la critica, Firenze, Edizioni Polistampa, 2010, pagine 110 con foto, Euro 8.00

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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