Requiem

di Andrea Siviero

requiem2Caro Tabucchi,

forse le lettere non si scrivono più, neppure le lettere d’amore: le più ridicole di tutte. E neppure le lettere informali, o quelle ai propri cari lontani. Si scrivono le e-mail, che sono un bella forma di comunicazione, e sono anche manifesti della velocità di questi tempi, e forse sarebbero state care ai Futuristi, che nella velocità avevano cercato la poesia e non l’avevano capita, perché guardavano alla velocità soltanto come un simulacro di una potenza che avanza e spazza via tutto il resto. E poi le e-mail sono lettere pigre, perché l’illusione della comunicazione quasi immediata infiacchisce la volontà di raccontarsi per davvero, di rivolgersi al passato e scrivergli, proprio nel modo che era caro a lei, che di lettere che affondano nelle sabbie del passato ne ha fatto una letteratura. Ma io le scrivo una lettera, che so essere una missiva impossibile, perché non gliela posso spedire nel luogo in cui si trova, ma gliela scrivo lo stesso perché mi pare il modo più corretto per parlare del suo libro che mi tormenta ogni anno, ogni volta che arriva il luglio con il suo caldo afoso e quel torpore della mente e delle membra che lo accompagna, il mese ideale per un’allucinazione. Parlo di quell’allucinazione che ha scritto nella lingua che era la sua patria adottiva e che non ha mai saputo tradurre nella nostra di patria, l’italiano, e che ha affidato a un suo caro amico per farcela vivere sotto forma di romanzo. Quell’allucinazione è Requiem, il suo romanzo portoghese, ed è l’ossessione del mio luglio da qualche anno a questa parte. Non sono mai riuscito a scrivere una vera recensione di questo suo libro, ogni volta la penna non trovava la forma giusta, cercavo il giusto distacco senza trovarlo. Come si può parlare con distacco di un testo da cui non si riesce a distaccarsi? Ad allontanarsi con un addio, o almeno con un arrivederci a fra molti anni, come talvolta capita con altri ottimi romanzi, che li si lascia lì a farsi dimenticare prima di essere riletti? E allora ho deciso di scrivere una non recensione, perché se c’è un codice per scrivere una recensione questa mia rompe le regole, almeno per quanto riguarda una certa scienza della recensione, e affonda nell’esperienza personale della lettura, cosa che in una buona recensione, forse, dovrebbe rimanere fuori dalla finestra. Ed è proprio da una finestra che sento di dover partire, ed è quella finestra sul mondo che è stampata sulla copertina dell’edizione che possiedo, una finestra sulle acque di Lisbona, sul Tago, e poi sull’Oceano Atlantico, sul mar português, sull’infinito che prepara all’inquietudine che si respira nel suo romanzo. Perché è da lì che si parte, dall’inquietudine di un orizzonte che destabilizza le coscienze con la sua totale mancanza di coordinate, con l’evaporazione dell’esperienza dello spazio e del tempo, dell’esperienza a cui siamo abituati, cui siamo assuefatti. Nel suo romanzo lo spazio è Lisbona, certo, ma è una Lisbona assolutamente oleografica (uso un aggettivo che le è caro), accompagna l’Io narrante come un palcoscenico teatrale: tutto accade sulle assi ben note della topografia reale, ma la città stessa è in definitiva un grande abbaglio, una cartolina, l’impronta di ciò che rimane impresso in un sogno. Il tempo, invece, come spesso accade nei suoi scritti, non è il tempo che siamo abituati a intendere, l’ho già detto: è l’accumulo di più piani temporali in uno solo, ed è un tempo che non esiste, perché è il tempo dell’immaginazione, del sogno, dell’allucinazione.

«Figlio, disse la vecchia, ascolta, così non può andare, non puoi vivere da due parti, dalla parte della realtà e dalla parte del sogno, così ti vengono le allucinazioni, sei come un sonnambulo che attraversa la realtà con le braccia tese e tutto quello che tocchi entra a far parte del tuo sogno, anche io, che sono vecchia e grassa e peso ottanta chili, mi sento dissolvere nell’aria a toccarti la mano, come se anch’io facessi parte del tuo sogno.», spiega la Vecchia Zingara all’Io narrante, e forse al lettore che sta al di qua della pagina.

È un romanzo sospeso su un filo, il suo Requiem, è non può essere altrimenti, perché è un romanzo che è nato dall’inconscio, l’ha scritto lei in una delle sue poetiche a posteriori; è nato da un sogno per la precisione, quel sogno di suo padre giovane, quel sogno che ha messo proprio a metà del romanzo, nel punto in cui, forse, si rivela il vero motivo per cui l’Io narrante ha intrapreso questo suo viaggio allucinato: trovare se stesso. Anche l’Io narrante di Notturno indiano, finiva per ritrovare se stesso nel gioco di specchi che chiude il romanzo. Ma lì l’Io narrante ha compiuto un vero e proprio viaggio fisico per approdare alla rivelazione. Qui l’Io narrante compie un viaggio che ha solo un’apparenza fisica, in realtà il suo corpo non si è mai mosso dal panorama agreste di Azeitão, il suo è un viaggio nella somma dei ricordi, nelle conoscenze accumulate negli anni, nella passione per la letteratura che ne ha accompagnato la vita (anche queste sono tutte stratificazioni che convergono in un punto: in questo caso l’allucinazione onirica).

E poi c’è l’inquietudine, questo è facile: dire che i suoi romanzi sono costruiti attorno all’inquietudine è persino un luogo comune, e probabilmente questa inquietudine ha il suo centro nello stesso Maelström del buon Bernardo Soares. Ma in questa afosa domenica di luglio ho scoperto, forse, un riflesso laterale di questa inquietudine. In Requiem ne appare uno degli alimenti: il rimorso. L’inquietudine si alimenta con il rimorso e questo appare in almeno due momenti: nel dialogo con il Padre Giovane e in quello con il Copista. Il primo è un rimorso molto personale, ed è forse inelegante aggiungere parole a ciò che è scritto nel libro; il secondo, invece, mi è parso un rimorso collettivo, un’emozione che abita tutti gli esseri umani, ed è questo:

«È un virus molto strano, disse il Copista, pare che tutti ce lo portiamo dentro allo stato larvale, ma si manifesta quando le difese immunitarie sono infiacchite, allora attacca con virulenza, poi si addormenta e torna ad attaccare ciclicamente, guardi, le dico una cosa, penso che l’herpes sia un po’ come il rimorso, se ne sta addormentato dentro di noi e un bel giorno ci attacca, poi torna a dormire perché noi siamo riusciti ad ammansirlo, ma è sempre dentro di noi, non c’è niente da fare contro il rimorso.»

Ancora una cosa. Ho iniziato questa lettera con un ossimoro: Caro Tabucchi. Mi perdoni per l’evidente intimità di quel Caro, che poi è subito contraddetto dal suo cognome e da questa stessa lettera in cui le ho dato del lei. Perché ho iniziato così, allora? Perché quel Caro Tabucchi è un giochino sulle distanze: Caro vuole raccontare l’intimità che nasce tra il lettore e il libro; chiamarla per cognome, e poi darle del lei, invece, non è solo una forma di cortesia, ma è anche il giusto distacco che esiste tra l’opera e il suo autore: è una suggestione molto forte identificarla con l’Io narrante di Requiem, ma credo che di tutti i fantasmi che popolano questo libro gliene appartengano autenticamente appena un paio (il Padre Giovane e Pessoa), ma potrei anche sbagliarmi: la verità non la saprò mai.

In conclusione, le ho scritto questa lettera perché, come ogni anno in luglio, il suo Requiem mi ha chiamato dallo scaffale della libreria per farsi leggere, ed io, forse, ho compreso almeno ciò che mi chiama: è l’enigma che rimane nell’aria ogni volta che leggo la parola fine; l’emozione per aver scoperto qualcosa di nuovo, qualcosa che mi era sfuggito alla prima, alla seconda, alla terza rilettura; la sensazione che ci sia sempre qualcosa che mi sfugge, inevitabilmente. E queste sono tutte qualità che appartengono a un ottimo romanzo.

Un suo lettore.

requiem1

 

Post Scriptum: sulla copertina di un’edizione più vecchia di quella che possiedo attualmente c’è un topo (forse una maiolica o un azulejo) che fissa l’osservatore con quello sguardo vitreo che hanno le prede. Ecco, non possiedo quell’edizione, ma quella copertina mi è cara. Trovo che il topo sia il simbolo stesso dell’inquietudine: i suoi sensi murini devono essere sempre all’erta per scampare la morte. Ma forse sono andato oltre con una mia interpretazione: l’immagine di quel topo non rappresenta il terrore della predazione; invita a mantenere viva la sensibilità sulla realtà e sulle sue apparenze.

 

 

Antonio Tabucchi, Requiem, un’allucinazione, Feltrinelli Editore, 1992

 

Andrea Siviero
Mi chiamo Andrea e nella vita mi occupo di pillole. Nel tempo libero mi piace leggere e scrivere. Da questa unione sarebbe potuto nascere un manuale di farmacologia e invece ho generato i racconti che pubblico su Bookpills

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libri & sconfinamenti

  1. Una non recensione? Bellissima, suggestiva, originale. Devo ammettere, caro Andrea, che mi hai fatto venire una gran voglia di leggere il libro.

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  2. Libro intenso, come la maggior parte dei libri di Tabucchi. Libro di cui non è facile parlare. Tu, invece, l’hai fatto benissimo. Devo a Tabucchi, più che a Saramago e Pessoa, l’innamoramento per la cultura lusitana e la scoperta di quella saudade che solo saudade può chiamarsi. E non mi si venga a dire che è un misto tra la malinconia e il ricordo nostalgico.
    Credo che Tabucchi, in tutti i suoi romanzi, sia stato in grado di far provare quel sentimento strano anche al lettore italiano. A mio avviso, però, Requiem e Notturno indiano restano i suoi romanzi più indescrivibili.

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