India. Complice il silenzio

«Mi piacerebbe poter scrivere una poesia
ogni volta che ho qualcosa da dire,
anche per ordinare un gelato,
indicare la strada a un passante,
chiamare mia mamma dal primo piano,
ma lo faccio solo quando dico
qualcosa a me stesso
che poi è un altro
che non conosce poesia
e ama l’inganno.»

(Mi piacerebbe poter scrivere una poesia)

indiaIndia, complice il silenzio è la testimonianza in versi di un viaggio, durato cinque mesi,  attraverso Sri Lanka, India, Buthan, Nepal, Tibet e Kashmir. Luca Buonaguidi ha attraversato questi luoghi da solo, via terra, e con i versi qui raccolti, ci dà notizia di un viaggio che prima ancora di essere fisico, è spirituale.

Il poeta nel silenzio e nel liberarsi del troppo che qui affolla la nostra esistenza, ci racconta di un cammino reale che non può essere scisso da quello mentale ma soprattutto, concede al lettore la possibilità di avviarsi egli stesso lungo un analogo sentiero di riflessione e introspezione.

Leggendo queste poesie infatti, si viene catapultati all’interno di un viaggio che finisce per essere solo in parte del poeta ed in larga misura diventa nostro; anche perché se, di fronte a noi abbiamo componimenti “semplici” (non sto a rifarvi tutta la filippica di quello che intendo per “semplice”, nel dubbio leggete il post su Bécquer), l’io poetico non ha paura di scendere in profondità e di trovarsi davanti perfino un altro se stesso.

«[…] Solo le ombre gettate
dalle pareti erette
e un uscio restante
che cigola ospite della casa
che prima apre, ora chiude
e si fa alone
di tutto ciò che è distante
il vino, le rose, le parole parlate
di quella carne che nutrivo
prima di riscoprirmi fantasma
entro salvifiche macerie
o spettri d’inchiostro
che versato cade,
che ho versato troppo
e ora mi crolla addosso
con tutte le parole.»

(Screpolata la carta)

Non vorrei farla troppo lunga, anche perché da sempre sono convinta che un testo che vale si spiega da solo, desidero solo aggiungere due cose ed una curiosità.
Il primo punto – da patita quale di metaletteratura – non può che essere il rapporto con la poesia: l’anima del poeta, come abbiamo detto, intraprende un viaggio di conoscenza che comporta difficoltà e passaggi aspri; il dialogo con la poesia va di pari passo, tra attese, speranze disattese e inaspettate rivelazioni.

«Osservo la fiamma di una candela:
dicono che la poesia sorga spontanea
da essa nella penna che scrive.

Ho cercato la poesia altrove, a lungo
l’ho trovata sulla parete bianca d’una stanza
e mi fissava.
Me la sono messa in tasca.
Così pago i dazi che la vita impone
quando si passa da una parte all’altra di se stessi. […]

(Osservo la fiamma di una candela)

 

[…] Mi piacerebbe raccontarti
com’è difficile fare poesia
quando l’anima ascolta.
Mi sento a casa
e mi sento appena,
trovo pace in quest’assenza. […]»

(Distanti cime sovrastano l’orizzonte)

 

«Seduto al tavolo di un caffè
aspetto che la poesia
entri dalla porta principale
come una Dea Bianca
che incauti si fissa apertamente
e che raramente ricambia.
Ma a sorpresa si avvicina
sfiorandomi la spalla
per il tempo d’un bicchiere,
prima d’andare dritti al sodo
facendomi tornare uomo da fantasma
e riempiendo questa carta
di visioni per poi uscire
furtiva, dal retro
lasciando entrambe le porte
aperte e il conto da pagare,
voltandosi un ultimo istante
nel profilo che già sfuma, saluta.

“Ci rivedremo
ancora,
altrove.”»

(Seduto al tavolo di un caffè)

Il secondo punto invece, riguarda quello che, fino ad oggi, non mi era mai riuscito di trovare in un giovane poeta, un verso bello e musicale senza assurde iperboli, immune all’inutile sfoggio di parole difficili e refrattario all’iper-aggettivazione. Qui non c’è traccia di questi “malanni”, ma ciò non significa che troverete un linguaggio piano e banale. Troverete dei componimenti dove si ha l’impressione che ogni singola parola sia stata pesata e che ogni poesia abbia conosciuto un intenso lavoro di “sottrazione”, come del resto anche un passaggio della raccolta pare testimoniare: «infine dormire piuttosto che/aggiungere un verso».

Non so se sono riuscita a rendere in modo esaustivo il piacere che ho provato nel leggere queste poesie e spero che i brani che ho citato possano in piccola misura darvi un assaggio della bellezza di questi testi. Per quel che mi riguarda, mi resta un viaggio che è stato piacevole fare, che mi ha sorpreso e che ha lasciato qualche punto su cui ritornare.

Ma vi starete domandando qual era la curiosità. Eccovi accontentati.
È comune, lungo una raccolta poetica, imbattersi in parole ricorrenti e anche in questa ce ne sono alcune e assai significative. Però ce n’è una – foce – che subito mi ha incantato. Sicuramente un’immagine originale, usata sia per la voce poetica sia per la poesia medesima, e che evoca alternativamente unione e separazione, lasciandomi aperta la strada per altre possibili riflessioni e letture di questi versi.

«La mia voce senza fede
dondola su una barca cigolante
al suono-tepore
di una morbida, vecchia canzone.
Ho corso. Senza sudore,
i sudari sono per i cristincroce
non per questa foce che si disunisce,
che non conosce il fiume, né il nome
e sente solo vento e orizzonte,
solo vento
e orizzonte.»

(La mia voce senza fede)

 

Luca Buonaguidi, India. Complice il silenzio, Italic Pequod, Ancona, 2015

Il blog di Luca è c a r u s o p a s c o s k i

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