Antero de Quental

«È necessario passare sulle rovine come chi va camminando su un pavimento di fiori.»
(Antero de Quental)

antero de quental

Fotografia de Antero de Quental, 1887 circa.

“A Coimbra [Antero de Quental] conobbe l’amore, lesse Michelet e Proudhon e invece che per le leggi che applicavano la giustizia di allora si entusiasmò per l’idea di una giustizia nuova che parlava dell’uguaglianza e della dignità degli uomini. Seguì questa idea con la passione che gli veniva dai suoi antenati isolani, ma anche con la ragione dell’uomo che era, perché era convinto che la giustizia e l’uguaglianza partecipassero della geometria del mondo. Nella forma chiusa e perfetta del sonetto iscrisse l’ardore che lo dominava e la sua ansia di verità. Partì per Parigi e si fece tipografo, come un altro avrebbe potuto farsi monaco, perché voleva conoscere la fatica del corpo e la concretezza degli utensili. […]

Quando tornò in Portogallo era diventato socialista. Fondò l’associazione nazionale dei lavoratori, viaggiò e fece proseliti, visse fra i contadini passò per le sue isole come un tribuno dall’orazione rovente, conobbe l’arroganza dei potenti, le lusinghe degli scaltri, la pavidità dei servi. Lo animava lo sdegno, e scrisse sonetti di sarcasmo e di furore. Conobbe anche il tradimento di certi compagni e l’ambigua alchimia di chi riesce a coniugare il vantaggio comune con il proprio vantaggio.

Capì che doveva lasciare ad altri, più abili di lui, di proseguire l’opera che egli aveva iniziato quasi come se essa non gli appartenesse più. Era il momento di uomini pratici ed egli non lo era: e questo gli dette un senso di desolazione, come un bambino che perde l’innocenza e scopre d’improvviso la volgarità del mondo. […]

Un medico di Parigi gli diagnosticò l’isteria e gli prescrisse una cura elettrica. Antero annotò di soffrire di infinito, e forse è una malattia più plausibile per lui. Forse era solo stanco della forma transitoria e imperfetta dell’ideale e della passione, e la sua ansia si rivolgeva ormai a un altro ordine geometrico.”

Antonio Tabucchi, “Antero de Quental. Una vita” in Donna di Porto Pim, Sellerio Editore, 1983

 

VELUT UMBRA (1863)

Fumo e medito. I castelli dell’orizzonte
s’ergono, di sera, e crecono di mille colori
e ora spandono in cielo vivi ardori,
ora fumano, vulcani di strano monte…

Dopo, che forme vaghe vengono di fronte,
che sembrano sognare pazzi amori?
Anime che vanno, tra luce e orrori,
attraversando in barca questo aereo Acheronte…

Spengo il mio sigaro quando spengi
la tua fiaccola, oh sole… restiamo tutti soli…
è in questa solitudine che mi consumo!

O nubi dell’Occidente, o cose vaghe,
ben capisco il vostro colore, già che, come voi,
bellezza e valore mi vanno in fumo!

 

IV [dal III ciclo] (1864-1871)

Conquista dunque da solo il tuo futuro
già che le celesti guide ti hanno lasciato,
su una terra ignota abbandonato,
uomo – proscritto re – mendico oscuro!

Se nulla devi sperare dal cielo (tanto puro,
ma tanto crudele!) e il cuore ammaccato,
senti già da illusioni disingannato,
dalle illusioni dell’antico amore spergiuro;

ergiti, allora, nella maestà stoica
di una volontà solitaria e altera,
in uno sforzo supremo d’anima eroica!

Fai un tempio delle mura della prigione,
prendendo l’immensità eterna e viva
nel circolo di luce della tua Idea!

 

SPIRITUALISMO [1879]

Come un vento di morte e di rovina,
il Dubbio spirò sopra l’Universo.
Si fece notte subito, immerso
il mondo in densa e algida foschia.

Né astro più riluce, né uccello cinguetta,
né fiore sorride nella sua leggera culla.
Un veleno sottile, vago, disperso,
intossicò la creazione divina.

E, nel mezzo della notte mostruosa,
dal silenzio glaciale, che fluttua e stende
il suo sudario, dove la morte incombe,

solo un fiore umile, misterioso,
come vaga protesta dell’esistenza,
sboccia nel fondo della Coscienza.

 

Antero de Quental (Ponte Delgada, 1842-1891)

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