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Andarsene

«Andarsene, era questo che papà sapeva fare meglio, andarsene ma anche tornare, come un soldato sempre in guerra, giusto il tempo di radunare le forze per andarsene una volta ancora.»

di Andrea Siviero

Andarsene di Rodrigo Hasbún è un’ellisse cui i due fuochi sono le figure di Hans e Monika Ertl. Il primo fu un alpinista e documentarista tedesco, noto per aver partecipato alle riprese del celebre documentario di Leni Riefenstahl sui giochi olimpici di Berlino 1936; la seconda è la sua figlia maggiore, la donna passata alla storia come «la vendicatrice di Che Guevara».

Rodrigo Hasbún sembra voler raccontare prima di tutto le persone – come sono fatte le persone – e a tratti il fatto che queste abbiano intrecciato le proprie vite con la Storia è persino secondario. Certo i fatti ci sono, e corrispondono a fatti reali, ma per lo scrittore boliviano conta di più la sfera privata, gli intrecci familiari, non la biografia storica. Molto semplicemente il luogo primario per Hasbún è la famiglia, forse l’unico luogo da cui non si può compiere il moto di andarsene, almeno non in maniera netta, definitiva.

Il romanzo in lingua originale si intitola Los afectos: gli affetti sono ciò che unisce i personaggi del libro, gli affetti tengono insieme il collage di voci. Sì, perché quello di Hasbún è un romanzo di voci. Voci che riportano fatti, voci che raccontano solo marginalmente se stesse anche se narrano in prima persona. Il pronome personale Io è al servizio delle vite dei due personaggi focali. È un artificio per raccontarli di sponda, da un punto di vista vicino, non interno. Così le vicende di Hans e Monika Ertl appaiono inserite nell’ampio tessuto della Storia e nella trama più stretta dei rapporti familiari, degli affetti. Talvolta, quando il punto di vista deve farsi più vicino, deve inquadrare come in un primo piano solo uno dei due personaggi focali, l’autore vira inaspettatamente sulla seconda persona singolare (nel caso di Monika) e sulla terza persona (come nel meraviglioso capitolo finale del libro, in cui il vecchio Hans Ertl, alla fine dei suoi giorni, contempla la fossa profonda che ha fatto scavare per il proprio feretro, o per quello di Monika forse, non è così importante: quello che conta è ciò che rappresenta quella buca: un vuoto profondo e incolmabile).

Le voci narranti di questo libro gravitano attorno ai personaggi focali, li possono raccontare – li sanno raccontare –, ma non riescono a raggiungerli. Hans e Monika Ertl procedono attraverso le loro vite guidati da slanci idealistici differenti nella forma ma vicini nella sostanza: il primo insegue il sogno dell’esplorazione, della scoperta di leggendarie città Inca; la seconda si dedica agli ideali rivoluzionari, alla lotta politica prima e a quella armata poi. Entrambi compiono con forza quel moto di andarsene e non sono poi più in grado di tornare indietro, ricucire la distanza che hanno lasciato alle loro spalle. Hans Ertl, di fatto, perde il suo ruolo di guida familiare; Monika, per via delle sue scelte di vita, nella latitanza per motivi politici, si trasforma in un fantasma ancora prima di scomparire per davvero.

«Mezz’ora dopo si stavano gridando contro in salotto. Sei solo un lacchè dei potenti, un fascista schifoso, fu l’ultima cosa che disse Monika prima di andare in camera a prendere le chiavi, lo zaino e la pistola e uscire senza salutare.
Quei minuti l’avrebbero accompagnato per il resto della vita. Se li sarebbe ripetuti, migliaia di volte, ossessivamente: la sua amata figlia che lo insultava, il suono del motore della sua macchina che si perdeva in lontananza.
Quando la rivide fu su un manifesto a La Paz. L’esercito offriva centomila pesos per lei, viva o morta.»

Rodrigo Hasbún offre al lettore un frammento della Storia poco conosciuto (almeno per il lettore italiano) con una prosa asciutta e ritmica. Attraverso il meccanismo di alternanza di punti di vista, con una scrittura asciutta e a tratti delicata, ha strappato un piccolo frammento dal tessuto della Storia e l’ha consegnato alla letteratura.

Ci sarebbe ancora molto da dire su questo libro, perché racchiude in poco meno di centoventi pagine moltissimi spunti di riflessione sulle scelte e sui destini dei singoli, e su come tali scelte e destini possono espandersi prima attraverso la trama familiare, poi attraverso la società e infine congelarsi nella Storia. Ma prima di chiudere, quello che non può mancare è un pensiero di Trixi Ertl, una delle voci narranti, l’unico personaggio di tutto il libro che sembra non compiere mai il moto di andarsene, forse perché troppo legata all’idea che chi se ne va prima o poi torna:

«Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo.»

 

Rodrigo Hasbún, Andarsene, traduzione di Giulia Zavagna, Edizioni SUR, 2016, € 15,00

 

Andrea Siviero
Mi chiamo Andrea e nella vita mi occupo di pillole. Nel tempo libero mi piace leggere e scrivere. Da questa unione sarebbe potuto nascere un manuale di farmacologia e invece ho generato i racconti che pubblico su Bookpills