La razza degli uomini perduti

«non ho in me alcun dio né qualcosa che abbia un senso, che si veda, che spieghi la vita e che si possa prendere,
mi vedono dall’esterno, a me, Antonin Artaud, e sono senza spiegazione riguardo alla mia natura e alle mie idee, son un abisso che conosco perché lo creo a ogni istante»

(A. Artaud)

la razza degli uomini perdutiDesideravo molto parlavi di questo piccolo (ma incandescente) libro per molti motivi, primo fra tutti il desiderio di poter offrire a chi non conosce Antonin Artaud (1896-1948), uno spunto per avvicinarsi a lui.
Infatti, nessuna pretesa di essere esaustivi in questo spazio sulla figura e le opere di Artaud, e nemmeno il libro conta di esserlo in quanto presenta solo alcune prose scelte dello scrittore francese, escludendo il teatro e pure la poesia (pubblicata in altro volume, ahimè esaurito) ma accompagnandole comunque da un breve e significativo saggio del traduttore Pasquale Di Palmo.

Come anticipavo il libro è una raccolta di prose, perlopiù inedite in Italia e tra cui Il villaggio dei Lama morti (1932) si segnala per il fatto di non essere più stato ripubblicato neppure in Francia, presumibilmente proprio perché sfuggito alla curatrice delle opere complete di Artaud.

La raccolta consente un significativo viaggio nella produzione, e nella vita, di Antonin Artaud: i primi due testi, Il sorvegliante dagli occhiali azzurri e La stupefacente avventura del povero musicista sono da iscriversi ad una fase “giovanile” ed hanno un impianto prevalentemente narrativo. Nel primo, come ci informa Pasquale Di Palmo, è possibile riscontrare alcuni elementi autobiografici, mentre il secondo è frutto di una libera reinterpretazione della leggenda giapponese di Mimi-Nashi-Hoichi.
Entrambi testi, in cui la scrittura di Artaud ancora sta cercando la sua misura, regalano una lettura intensa e piena di pathos in cui è possibile intravedere anche considerevoli contributi del tardo simbolismo.

Seguono poi due reportage piuttosto singolari: Il villaggio dei Lama morti apparso sulla rivista «Voilà», si basa su un racconto di una singolare cerimonia funebre a cui aveva assistito in Cina il fotografo austriaco Heinz von Perckhammer, le cui fotografie accompagnavano l’articolo. Prima di cedere “la parola” a Perkhammer ad ogni modo, vi è tutto lo spazio per una riflessione sul corpo, sull’anima e sulle possibili valenze “altre” della carne una volta sopraggiunta la morte.
Sempre riconducibile allo stesso filone è il testo che dà il titolo alla raccolta in cui Artaud ci riporta alla sua esperienza in Messico presso la tribù dei Tarahumara, alieni la nostra “civiltà” e consumatori di peyote.

Fin qui i testi inediti per il pubblico italiano e, come abbiamo visto in almeno un caso anche per quello francese, ma non è possibile avvicinare la figura di Artaud tacendo quella che fu la sua terribile e ripetuta esperienza in manicomio, durante la quale subì un numero altissimo di elettroshock.
Per questo motivo, giustamente, la raccolta si conclude con alcuni passi scelti dei Quaderni di Rodez e dai Quaderni del ritorno a Parigi in cui il lettore può: da una parte toccare con mano le sofferenze e l’aggressione psichiatrica patita da Artaud, la profonda e dolente umanità della sua prosa ed, infine, tutta la bellezza della sua scrittura.

«Il dolore è un vuoto che avverte,
la fame un vuoto che esige,
la libido un vuoto che chiede di essere sempre riempito,
ora tutte queste sensazioni sono degli stati che non possono avvertimi da solo
poiché se definiscono davvero l’essere non mi definiscono, a me.
Io sono il senza stato, Artaud il morto, un vuoto, e mangio il pieno di dio attraverso l’essere del mio assoluto, che è pieno per essere meno vuoto di lui»

 

Antonin Artaud, La razza degli uomini perduti e altre prose, traduzione e cura di Pasquale Di Palmo, Via del Vento Edizioni, 2012, € 4,00

 

Nota a margine: sono felice di presentarvi finalmente un volume della casa editrice Via del Vento Edizioni che leggo e apprezzo da diverso tempo.  Si tratta di una casa editrice pistoiese che pubblica sia testi di prosa che di poesia, ma tutti contrassegnati da una cura e competenza straordinaria.
Le traduzioni sono sempre di alto livello (almeno per le lingue che conosco io, sul resto non vi saprei dire) e i testi dei curatori che accompagnano le edizioni sono capaci di tracciare in modo sintetico e preciso il percorso biografico e letterario dell’autore, suggerendo spesso anche ulteriori approfondimenti.

Da qualche parte ho letto che Antiga Palavra suggeriva di usare questi libri come alternativa alle bomboniere… La trovo un’idea meravigliosa, ma pregate di non avere una come me sulla lista degli invitati!

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