Una bibita mescolata alla sete

«Queste città/cimitero, in cui lentamente si continuava a morire di noia, divennero ben presto i luoghi di una nuova resistenza al degrado della vita quotidiana»

(Gianfranco Marelli)

di Jean Rabe

marelliIl “Dessert situazionista”, offerto dalla Galleria d’arte Peccolo di Livorno sabato 14 maggio, è stata la piacevole occasione, per una quarantina di complici e incuriositi, anche d’incontrare ed ascoltare Gianfranco Marelli, autore di importanti lavori sull’esperienza situazionista tra cui, ultimo in ordine temporale, Una bibita mescolata alla sete.

Gianfranco, con la gentile ironia che lo contraddistingue, ha ricostruito, tra storia e filosofia, i passaggi di questo movimento di critica radicale, più chiacchierato che conosciuto.

Infatti, ormai il riferimento alla politica-spettacolo e lo scontato dibattito attorno alla spettacolarizzazione affiorano ovunque, nella polemica politica di qualunque tendenza come sui più noiosi palcoscenici televisivi, nonché su qualche rivista patinata dove il presunto esperto d’arte o di comunicazione intrattiene il pubblico con banalità presentate come chissà quali intuizioni alternative.

La critica della società dello spettacolo è stata invece ben altra cosa e con duraturi effetti dirompenti quando, alla fine degli anni Cinquanta, attorno a tale nucleo di pensiero si formò un movimento che avrebbe assunto il nome pretenzioso di Internazionale Situazionista, capace di intuire con largo anticipo sul ‘68 le forme più moderne e meno evidenti del dominio, ma anche le possibili linee di frattura per sottrarsi ad esso.

Sorta sul confine italo-francese, l’Internazionale Situazionista raccoglieva almeno tre diverse anime (il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, l’Internazionale lettrista e l’Associazione psico-geografica di Londra) che avevano le proprie radici nell’avanguardia dada-surrealista, pur agendo per un superamento dell’arte. Da questo materiale già altamente infiammabile, mescolato a marxismo, consiliarismo ed anarchismo, scaturì non tanto un’organizzazione politica ma un’inedita tensione di rivolta che avrebbe giocato una parte non marginale in ogni dis-ordine, presagendo e portando benzina alle barricate del Maggio francese. Nemici dichiarati di tutte le chiese e le burocrazie, i situazionisti miravano a sovvertire l’esistente, facendo leva sulla diffusa infelicità come aspetto dell’annientamento psico-fisico conseguente al lavoro e allo stato collettivo di detenzione nella struttura urbana funzionalista. Parimenti diffidenti verso le ideologie stataliste con la loro insita vocazione totalitaria, sentivano l’autogestione generalizzata come l’unico esperimento da mettere in atto per fermare l’invadenza della mercificazione.

Negli ultimi decenni, talvolta qualcuno si è ricordato di quella intrattabile banda di disturbatori ma, pur subendone il fascino, solitamente è prevalso il timore di risvegliare la mina che avevano innescato contro la desolazione in cui restiamo immersi anche a causa della rinuncia ai nostri desideri più vitali; per cui, le rivalutazioni del situazionismo o si sono limitate alle loro connessioni artistiche e controculturali, oppure riducendolo ad un’inconcludente espressione di ribellismo esistenziale, senza un’effettiva valenza politica e quindi non raffrontabile ad altri ben più autorevoli “ismi”. Alcuni mozziconi di situazionismo sono stati pure estorti per riverniciare di modernità partiti in dissoluzione, inserendo un improbabile “diritto alla felicità” nei loro tristi programmi elettorali, mentre non pochi “creativi” pseudo-trasgressivi li hanno plagiati per fare, parodossalmente, carriera nel mondo della merce e dello spettacolo.
Ma se l’Internazionale Situazionista si è dissolta nel 1972 dandosi alla macchia, va osservato che le superstiti formazioni politiche – comprese quelle ritenute più antagoniste – non hanno raccolto il suo avviso: senza riferirsi alle incongruenze del vivere sarebbe stato come parlare «con un cadavere in bocca».

Le trasformazioni tutt’altro che sovrastrutturali intervenute nei rapporti tra poteri dominanti e classi dominate sono state troppo a lungo sottovalutate, anche se fin dal Settecento si metteva già in guardia contro «la servitù volontaria». Eppure non è necessario essere antropologi per rendersi conto come, da oltre mezzo secolo, la vita delle persone non solo resta sottoposta alle schiavitù materiali legate all’alienante concatenazione produrre-obbedire-consumare, ma è immersa in un sistema di immagini, specchi e miraggi dove ogni soggetto cessa di essere tale, entrando in una realtà popolata di fantasmi di volta in volta seducenti o terrorizzanti.

Il presente appare persino peggiore rispetto ai primordi televisivi e tutti finiscono per credere a tutto, con l’aggiuntiva illusione di saperne di più grazie all’accesso alla rete, ma rinunciando ad ascoltare e seguire le proprie più intime necessità, emozioni, convinzioni, esperienze, opzioni morali.

Sui muri è stato scritto: se non si vive come si pensa, si comincia a pensare a come si vive; perciò giunge prima o poi il momento che la vita – quella non virtuale e fuori dalle norme dettate da altri – presenta il conto agli esseri non ancora del tutto privi di sensibilità e consapevolezza, sparando interrogativi su tutto ciò che ci circonda.
E dentro la crisi globale, tra le risposte/uscite, nessuna prospettiva appare escludibile a priori, comprese quelle più utopiche, se i telecomandati tornano a connettersi con la realtà unendo le proprie solitudini. Finanche il governo e le autorità ne appaiono consapevoli, rendendo normale lo stato d’eccezione, infatti: «Ogni soluzione proposta come intermedia è pura menzogna, dentro un ghetto tanto vasto da circondare i palazzi d’inverno come un oceano, e su di esso il ferro e il fuoco. Mercenari senza equivoci, i poliziotti giocano d’anticipo sanno che chiunque è il loro futuro-presente nemico» (Cesarano-Collu, Apocalisse e rivoluzione).

 

Gianfranco Marelli, Una bibita mescolata alla sete. Internazionale Situazionista, BFS edizioni, Pisa 2015, pp. 128, Euro 12,00

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

Informazioni su Collaboratori di Aspettando il caffè

libri & sconfinamenti

  1. Pingback: Classifica 2016 | Aspettando il caffè

  2. Pingback: Un amaro per non digerire | Aspettando il caffè

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: