Porgy & Bess

di Carlo Heep

disegno di Fabrizio Uffreduzzi

disegno di Fabrizio Uffreduzzi

C’era una volta in America…

C’era una volta in America l’etnia dei Gullah. Provenienti dall’area dell’Angola, erano stati deportati in massa all’epoca in cui Charleston era uno dei principali centri d’importazione schiavistica dell’atlantico. Qui, e in generale nell’area del South Carolina, erano rimasti in relativo isolamento culturale, in virtù delle epidemie settecentesche, dei rovesci della guerra di secessione e di catastrofi naturali, mantenendo alla soglia del XX secolo una comunità culturalmente omogenea, conservando la loro lingua creola (misto di inglese e dialetto africano originario) ed un sincretico connubio di cristianesimo e credenze tribali.

C’era una volta, poi, un uomo sottile sottile, con le orecchie dritte su un cranio secco da uccello di gabbia. Si chiamava Edwin DuBose Heyward. Aveva spalle strette, e sapeva che il suo posto nel mondo lo avrebbe trovato forse con le parole, certo non con la fisicità che tanto invidiava negli stivatori di porto Gullah…

Oppure: c’era una volta un libro piccolo piccolo, leggero come una favola, che raccontava dei neri in un modo diverso, con dentro il dramma dell’ineluttabile e i toni casuali di un bozzetto d’ambiente riuscito bene…

Difficile partire col piede giusto. Il libro di DuBose Heyward comparve nel 1925, e subito

Edwin DuBose Heyward, George e Ira Gershwin.

Edwin DuBose Heyward, George e Ira Gershwin.

George Gershwin manifestò il suo interesse verso il romanzo, riconoscendovi un equilibrio drammaturgico raro ed una tematica pesantemente americana e contemporanea: dieci anni dopo ne avrebbe fatto un’ opera jazz dal successo dirompente, le cui canzoni ancora oggi sono fra gli standard più eseguiti del genere.

Ma è proprio l’opera di Gershwin che soffoca lentamente il romanzo. Dopo quasi un secolo, infatti, pochi ricordano quel libro piccolo piccolo…

DuBose Heyward era nato a Charleston, South Carolina. Qui era cresciuto a stretto contatto con l’etnia Gullah, tramite il vivo interesse della madre, che ne aveva imparato la lingua, e il proprio lavoro presso i bacini portuali. All’inizio degli anni ’20 legge un articolo tragicomico riguardante un certo Goatcart Sammy, accattone nero, accusato di omicidio, che fugge a bordo del suo carretto tirato da una capra. L’immagine è potente: Heyward vi costruisce così attorno la storia del suo Porgy, mendicante, abitante di Catfish row, che nelle pieghe di una sordida storia di sangue trova un simulacro d’amore e di riscatto, la sua sfuggente Bess.

L’elemento di novità dell’opera di Heyward, a posteriori riconosciuto come capofila di una rinascita culturale nel sud degli Stati Uniti, sta nell’approccio per la prima volta non paternalistico (nella migliore delle ipotesi) verso la rappresentazione del nero afroamericano. Il nero Gullah, dipinto nella veridicità linguistica e nella scansione tipicamente spiritual del destino e del quotidiano, è raccontato dal di dentro della sua propria comunità, ormai urbanizzata, ma riproducente, nel ghetto naturale di Catfish row, la tradizione profonda della enclave Gullah.

L’opera di Heyward, che diverrà due anni dopo anche un clamoroso successo teatrale a New York, è espressione di quel primitivismo artistico americano che, pur non scevro da manipolazioni edulcoranti e ricadute paternalistiche, troverà nella musica nera un motivo d’identificazione originale e altra, rispetto al retaggio inglese ed europeo.

Porgy è un piccolo prezioso punto di approdo e d’imbarco per chi intenda approfondire l’eredità controversa di un’America spesso troppo rappresentata, ma poco raccontata.

 

Edwin DuBose Heyward, Porgy & Bess, Robin Edizioni, 2011

 

Carlo Heeplingua velenosa, si occupa di rimestare nell’ovvio per proporre prospettive di recupero.

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