I tempi di Anika

 

anika_copertinaSe devo essere sincera con I tempi di Anika non è stato amore a prima vista. La trama mi aveva incuriosito ma, dopo un po’ che leggevo, avevo la spiacevole sensazione che la storia girasse a vuoto. Anzi, se posso essere ancora più onesta, mi stavo proprio annoiando e, per quanto mi riguarda, la noia è lo sgarbo peggiore che un autore possa infliggermi.
Allo stesso tempo però, non riuscivo a mettere il libro da parte perché intuivo che sotto quelle parole c’era una scintilla che aspettava solo il momento giusto per divampare.
Infatti, svoltato l’angolo della pazzia del pope Vujadin, ecco finalmente comparire, in tutto il suo splendore, Anika e con lei il romanzo ha preso decisamente un’altra piega.

La vicenda si svolge in Bosnia e inizia appunto col narrare della pazzia del pope di Dobrun il quale, al colmo della sua follia spara senza motivo sui compaesani.
Questa vicenda, apparentemente scollegata dalla storia principale, è il fiammifero che innesca nelle menti dei paesani il ricordo di un’altra vicenda dolorosa, avvenuta molti anni prima, la cui memoria ormai è custodita solo dai più anziani. Così, di parola in parola, una volta chiuso il pope pazzo in un ospedale di Sarajevo, il paese intero ritorna ai tempi di Anika.

Ma prima di andare avanti con la trama, appare evidente che questo escamotage, inizialmente non colto dalla sottoscritta e che mi aveva fatto arrancare durante lalettura, è un artificio letterario decisamente ispirato alla tradizione orale: sono le storie di paese, note a tutta una comunità e che hanno infinite possibilità di concatenazione, risalendo controcorrente alberi genealogici e antiche, ma sempre uguali, miserie umane.

Per questo nessuna meraviglia che sia il pope pazzo a condurci verso Anika, l’inizialmente incolore figlia del fornaio che un bel giorno sboccia in tutta la sua particolare bellezza, turbando tutti gli uomini del paese.
Sono in tanti che iniziano a farle la corte, fra di loro Mihajlo, un giovanotto arrivato a Dobrun fuggendo dai suoi rimorsi. Il ragazzo sembra avere qualche possibilità con Anika, eppure, la storia non procede e quando arriva il momento per il Mihajlo di fare un decisivo passo avanti, ha un tentennamento, figlio forse del suo passato, che avrà come conseguenza l’allontanamento di Anika e la sua “rivolta” che culmina con la decisione della ragazza di diventare una prostituta. Indubbiamente, su questa scelta grava tutta la vicenda umana di Anika e Mihajlo: l’empasse del giovane è solo la goccia che fa traboccare il vaso e che permette lo scatenarsi della rabbia che Anika aveva nutrito dentro di sé grazie alla maldicenza del paese e al conseguente rifiuto sociale.

La cittadina piomba in una specie di girone infernale: gli uomini prendono a girare intorno alla casa di Anika, chi alla luce del sole, chi col favore delle tenebre, tutti inebriati dalla sua bellezza e dal suo concedersi solo a pochi. Sull’altro versante invece le donne sgranano rosari di maledizioni e di invettive verso Anika che tanto fanno venire in mente Bocca di Rosa, se non fosse che qui il potere spirituale non è affatto contento di avere la bella alla processione ma, anzi, si schiera in prima linea ingaggiando con la ragazza una battaglia delirante.

Con la discesa in campo dell’arciprete di Dobrun si chiude il cerchio e torniamo con la mente al pope Vujadin, per quanto i due non potrebbero essere più diversi. Da un lato un pope pieno di contraddizioni, meditabondo e sensibile; dall’altra un arciprete che mostra la  violenza delle sue certezze travolgendo tutto quello che gli si para davanti. Eppure soccomberà anche lui davanti a Anika, ma non come state pensando voi.

Del resto nemmeno quella di Anika può considerarsi una vittoria, perché ella stessa resterà schiacciata dalla sua ribellione: la forza che l’ha spinta a scandalizzare il paese finirà per travolgerla.
Anika, con la sua bellezza e il suo magnetismo erotico, consegna al paese quello che loro volevano, una puttana, poiché solo questo ci si attendeva da lei che fin da piccola era stata additata come diversa e la cui bellezza giovanile era stata accolta e celebrata con pettegolezzi e chiacchiericci.
Ma anche gli altri comprimari della storia restano schiacciati poiché quello che non è allineato viene respinto: Anika va incontro alla morte e Mihajlo continua fuggire, mentre coloro che beneficiano del paravento del potere non hanno nessuna difficoltà a far dimenticare le loro colpe e recuperare il loro posto, sia esso quello di prete o di governatore.

Anika e Mihajlo incarnano un’universale desiderio di essere amati e accettati, ma il “non conforme” è destinato a non essere accolto dalla comunità che si serra dietro al rifiuto.
Il dolore generato dal rifiuto è il seme della loro rivolta che – per  quanto repressa e offuscata dal tempo – non può essere dimenticata.

«−È come se fosse sprofondato in un’acqua torbida− dice padron Nikola con la sua voce profonda e roca − e non credo che lo rimpiangerei di più se fosse stato mio figlio−.
E benedice cento volte il pane e il sale che hanno mangiato insieme. In un angolo dell’occhio gli brilla una scintilla immobile. È una lacrima che non cade mai e che si illumina sempre allo stesso modo ogni volta che prendono a parlare di Mihajlo, come se fosse sempre la stessa.»

 

Ivo Andrić, I tempi di Anika, Aldephi Edizioni, 1990

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