Diane Arbus: genio e follia di un’artista unica

«Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate.» Diane Arbus

di Corrado Lusi

Diane Arbus, "Identical twins"

Diane Arbus, “Identical twins”

Qualche anno fa, mentre guardavo un libro di arte fotografica, rimasi folgorato da un’immagine che mi capitò sotto gli occhi per puro caso. Un caro amico mi disse che quella a cui mi riferivo era una foto molto famosa dell’artista americana Diane Arbus.

La fotografia ritraeva la celebre immagine delle gemelline “Identical twins” scattata a New York nel 1967 a cui si ispirerà anche Stanley Kubrik, vecchio amico di Diane Arbus, per il suo film Shining del 1980. Da quel momento ho voluto conoscere e approfondire la figura di quest’artista che tanto mi aveva appassionato.

Le opere di Diane Arbus sono concentrate tutte nell’arco di soli undici anni, dalla prima pubblicazione su Esquire nel 1960 fino alla data della sua morte avvenuta nel 1971. Qualcuno afferma che la parabola artistica della Arbus abbia avuto le stigmate del “proibito” e del “male” che infine l’avrebbe portata al suicidio: non saprei dire se ciò corrisponda a verità, tuttavia quello che è certo è che come artista s’inserirà in una ben precisa tendenza del periodo a reagire contro le rassicuranti e noiose convenzioni borghesi.

Diane Arbus

Diane Arbus

Gli esponenti della beat generation furorno i primi a rifiutare modelli di vita precostituiti, poi Andy Wahrol e la sua Factory esasperano i meccanismi della pubblicità, per sovvertire l’immagine accettata della nuova società dei consumi dall’interno e con le sue stesse armi. Diane Arbus, che pure ha occasione di frequentare i pop artist, sceglie tuttavia di ritrarre con l’evidenza fotografica quegli orrori da cui il privilegio sociale l’aveva protetta, schierandosi più scopertamente ed attivamente contro ogni moralismo.

Diane Arbus infatti era nata e cresciuta in un’agiata famiglia di commercianti, tratto che le varrà un costante disprezzo da parte dei benpensanti – che sputeranno letteralmente sulle sue opere esposte per la prima volta nel 1965 al Museum of Modern Art di New York – ma anche un continuo appoggio ed incoraggiamento da parte dei suoi amici fotografi e intellettuali.
Leggendo le sue biografie, infatti, viene alla luce l’esistenza di una donna tormentata e affascinante, che ha reso la fotografia uno strumento di verità. Una donna che sembra quasi reagire contro le rassicuranti ma noiose convenzioni borghesi, schierandosi apertamente contro ogni moralismo, iniziando a esplorare i sobborghi poveri di New York, le spiagge di Coney Island, Central Park, le balere di Harlem e il Circo delle pulci. Diane sembra voler discendere quanto più in basso possibile nel ventre oscuro di una New York grottesca e sterminata, gonfia di bizzarri personaggi, di indifferenza e disperazione. Fotografare il proibito per restituirlo, nella cruda verità di un primo piano, agli occhi della mente: questo il canone che Diane Arbus elegge a principio assoluto del proprio lavoro, alla ricerca di un varco che lasci intravedere, al di sotto della maschera, il volto autentico della realtà.

In quei luoghi Diane incontra fame e miseria, ma soprattutto viene attratta dai cosiddetti freaks, i quali le si presentano come una sorta di mondo parallelo a quello che fino ad allora era per lei il mondo “normale”. Affascinata da quest’oscuro e nuovo mondo, Diane comincia a frequentare l’Hubert’s Dime Museum e, dopo aver assistito agli spettacoli da baraccone che vi erano organizzati, cerca di incontrare e fotografare in privato i protagonisti. Le sue fotografie si snodano tra giganti e nani, travestiti, prostitute, nudisti, omosessuali e ritardati mentali, ma anche tra persone comuni, colte però in comportamenti e atteggiamenti incongrui.
Nei suoi scatti, non solo Diane non mostra compassione per i fotografati, ma anche gli stessi soggetti non esprimono sofferenza o disagio per il loro essere “strani”, come se “strani” apparissero solamente ai nostri occhi. Molto apertamente ella sostenne che:

quelli che nascono mostri sono l’aristocrazia del mondo dell’emarginazione. Quasi tutti attraversano la vita temendo le esperienze traumatiche. I mostri sono nati insieme al loro trauma. Hanno superato il loro esame nella vita, sono degli aristocratici. Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io”.

000Sembra che gli individui che posano per Diane guardino l’obiettivo senza inibizioni come se avessero un’incongruente solennità, e comunicano emozioni inattese, testimoniando una voglia di vivere più forte della vergogna e manifestando il desiderio di una normalità troppo spesso negata. Possiamo quasi arrivare a pensare che forse sia la stessa Diane Arbus a possedere qualcosa di speciale e di disarmante quasi che, con i suoi scatti, riesca a indagare nel profondo di ogni soggetto immortalato, tanto che ogni figura impressa sulla pellicola si carica di un’intensità tale da disintegrare qualsiasi atteggiamento prevenuto nei confronti dello stesso individuo ritratto.

Le fotografie per cui la Arbus è oggi maggiormente conosciuta sono quelle che ritraggono gli esseri umani nella loro diversità, nello scostarsi dalla “normalità” data per scontata, una “normalità” a volte messa in discussione dalla stessa natura, a volte da scelte personali. Il suo approccio tuttavia non è mai voyeuristico, anzi, la consapevolezza della diversità non sminuisce i suoi soggetti, come facilmente sarebbe potuto accadere.
Nella maggior parte dei suoi ritratti i soggetti si trovano nel proprio ambiente, apparentemente a proprio agio. Chi non è messo a proprio agio è invece lo spettatore che guarda le immagini, ovvero di fronte all’accettazione del soggetto immortalato.

Boy with hand grenade in central parkAl fine di conoscere meglio Diane Arbus credo che possa essere utile dividere il suo lavoro in tre filoni principali. Il primo è quello delle fotografie di personaggi eccentrici, con i quali sembra sempre riuscire ad instaurare un rapporto di complicità e di amicizia, talvolta forse perfino di profonda intimità; il secondo è quello che potremmo definire “su commissione” destinato a varie riviste e concerne ritratti di personaggi, famosi o meno.
Infine l’ultimo è quello delle foto prese per strada: ci sono centinaia di provini dove la stessa faccia non compare più di una volta e sono tutti primi piani. In queste fotografie la Arbus concentra il meglio dell’eccentricità della sua visione particolare, mostrando i soggetti ritratti senza la minima ricerca dell’abbellimento estetico, anzi andandone consapevolmente a cercare l’estremo opposto, fino ad arrivare alla provocazione consapevole. Questo è quello che accade in una delle sue foto più famose, “Child with a toy hand grenade in central park” del 1962, dove la Arbus riesce a modificare l’espressione del bambino ottenendo così il risultato finale. I provini conservati svelano che l’atteggiamento di stizza del bambino è indotto, infatti negli scatti precedenti e in quelli successivi la faccia del soggetto è rilassata, mentre in quello decisivo la contrazione del volto in una smorfia è ottenuta dalla Arbus ritardando il momento dello scatto: il bimbo si arrabbia, vuole essere fotografato.

Il provino svela il meccanismo che la forza dello scatto isolato ci nasconde e la magia della grande fotografa fa il resto. In ogni caso il magnetismo e l’intimità della Arbus con i suoi soggetti si trasmettono in molti modi, dal nano Cha cha cha fino a Marcello Mastroianni.
Del resto osservando le immagini scattate da Diane Arbus, si può addirittura avere l’impressione di non aver mai visto prima una fotografia e Diane potrebbe essere tranquillamente definita come la donna del futuro.

 

per approfondire: Patricia Bosworth, Diane Arbus, una biografia, Rizzoli, 2006

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libri & sconfinamenti

  1. Martina

    Bravo Corrado, gran bel contributo su Diane Arbus! Condivido molto la tua frase conclusiva: purtroppo pare che la Storia complotti contro il futuro….a proposito di rassicuranti “normalità”.
    (E brava Stefania, sempre alla ricerca di spunti interessanti)
    Martina

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  2. lusi corrado

    Carissima Martina ti ringrazio molto per le tue parole… Per me è stimolante e gratificante essere riuscito a trasmettere questa emozione. Stefania che dire .. grazie a te di avermi ospitato in questo tuo spazio..

    Liked by 1 persona

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