Uomini e no

Cala questa notte
Nel silenzio
Uno strano bagliore su Parigi
Sul vecchio cuore buono di Parigi
Il sordo bagliore del delitto
Premeditato selvaggio e puro
Del delitto contro i carnefici
Contro la morte.

(Paul Eluard, «Uccidere»)

di Jean Rabe

copertinaEra l’8 di febbraio del ’44 e Firenze era stretta nella pesante cappa di paura imposta da militari tedeschi e sgherri del rinato fascismo repubblichino. Al caffè “Paskowsky”, normalmente occupato da tetre uniformi, una elegante coppia di giovani si siede ad un tavolo, provando ad innescare un ordigno esplosivo che dovrebbe essere la risposta al terrore nazifascista. L’attentato fallisce e vengono scoperti: nel parapiglia il giovanotto riesce a dileguarsi, mentre la ragazza viene arrestata e sottoposta a torture e sevizie, ma i suoi compagni – in divisa della Wehrmacht e a mano armata – riescono a liberarla, assieme ad altre sedici detenute, dal carcere delle Murate
Il giovane sottrattosi alla cattura  si chiamava Antonio Ignesti, mentre la sua complice era Tosca Bulgarelli, entrambi appartenenti ad un Gap, ossia un gruppo d’azione antifascista, operante in città. La Toschina non era l’unica donna della formazione clandestina, vi erano anche Mary Cox, Elsa Becheri e Elda Occhini.
La loro lotta partigiana fu probabilmente quella più difficile in quella guerra civile: una resistenza precariamente vissuta nell’ombra, priva dei nascondigli sulle montagne o nella macchia, e senza esclusione di colpi.

frame tratto dal film "Uomini e no" di Valentino Orsini (1980)

frame tratto dal film “Uomini e no” di Valentino Orsini (1980)

Significava nascondersi continuamente, sotto l’incubo di essere scoperti o traditi, e agire velocemente e senza pietà contro un nemico mille volte più forte; per chi cadeva nelle sue mani restava solo la speranza di morire quanto prima. A Firenze come a Torino, Milano, Bologna, Genova, Roma… dove, tra il 1944 e il ’45, vennero affisse le ordinanze dei comandi militari germanici e delle autorità fasciste per vietare severamente la circolazione delle biciclette agli uomini senza specifica autorizzazione, allo scopo d’impedire i sabotaggi e le veloci azioni gappiste.

Pur nell’esteso panorama della letteratura resistenziale, solitamente dedicata alle vicende della guerriglia in montagna, le storie gappiste non hanno avuto grande accoglienza, forse perché meno si prestavano a suggestioni romantiche.
L’eccezione più significativa, anche da un punto di vista narrativo, rimane Uomini e no, scritto da Elio Vittorini – di cui peraltro quest’anno ricorre il sessantesimo della sua scomparsa – quasi in presa diretta, affrontando anche i nodi etici e i risvolti umani che certe scelte implicavano.

Perchè dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perchè lanciavano bombe? Perchè uccidevano?
Gracco era curioso degli uomini: voleva conoscere il perché delle loro cose.

E il grande tema che Vittorini introduce, crudamente, è quella della disperazione individuale o degli affetti che non sono mai separati da decisioni estreme nell’ambito dell’agire politico o sociale, aspetto sovente eluso o soffuso, quando invece è parte integrante del nostro essere umani.
Una speculare fotografia, ma riguardante la controparte repubblichina, ci è stata offerta da Carlo Castellaneta, nel non meno duro Notti e nebbie, dove è possibile cogliere la caduta psicologica e morale di un poliziotto di Salò.
Vittorini non esita, neppure davanti al rischio di mettere in ombra le ragioni e i valori dell’esperienza partigiana, chiedendo se davvero l’antitesi sia tra uomini e no.

Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo.
Sangue? Ecco l’uomo.
Lagrime? Ecco l’uomo.
E chi ha offeso che cos’è?
Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo?

Questa fu la verità inconfessabile sul fondo della guerra civile: uomini contro uomini, donne contro donne, o come direbbe qualcuno “italiani contro italiani”, ma con un orizzonte in cui libertà e uguaglianza facevano e fanno ancora la differenza, ben oltre la retorica di ogni 25 aprile e talune pretese di “pacificazione”.
Non casualmente, Vittorini scrive che negli occhi delle vittime dei fucilatori al servizio dell’ordine hitleriano «vi era soltanto serietà, e la ferocia che è della serietà: perdono ma vendetta insieme».

 

Elio Vittorini, Uomini e no, Bompiani, 1945

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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