Annie Le Brun: dei mali per dire la crisi

traduzione e nota introduttiva di Martina Guerrini

Annie Le Brun all'esposizione "Attaquer le soleil", musée d’Orsay. Foto O. Dion

Annie Le Brun all’esposizione “Attaquer le soleil”, musée d’Orsay. Foto O. Dion

Nata nel 1942, Annie Le Brun ha partecipato agli ultimi anni del movimento surrealista, conoscendo giovanissima André Breton.

Poeta e saggista, lettrice appassionata – ad un tempo sottile e selvaggia – delle opere del Marchese de Sade (ne curerà nel 1985 l’opera completa con “Soudain un bloc d’abîme, Sade”, ora ristampato in Collection Folio essais Gallimard), da anni ingaggia una sua personale battaglia, di ispirazione stirneriana, contro l’evaporazione dell’unicità individuale nell’odierno conformismo della mercificazione. Una raccolta delle sue poesie (ricordiamo “Appel d’air”, 1989 e “Chi vive”, 1991) è uscita per Gallimard nel 2005: “Ombre pour ombre”.

L’unico testo integrale tradotto in Italia risale al 1977, in piena rivoluzione punk, ed è tra i più significativi contributi di critica radicale esistente ancora oggi al neofemminismo (“Lâchez tout” – in italiano: “Mollate tutto (facciamola finita col femminismo)” / “Disertate! (il femminismo è morto)”.

 

L’intervista che segue, apparsa nel febbraio 2010 per http://www.marianne.net, è un’ottima introduzione a uno dei suoi più recenti e attuali saggi di critica filosofico-politica: “Du trop de réalité”, 2000 (Collection Folio essais Gallimard).

 

Ti propongo, per iniziare ad esplorare i sintomi di questa crisi
, di partire da un campo al quale tu sei, come scrittrice e poetessa, particolarmente sensibile: quello del linguaggio, della sua evoluzione. Un linguaggio che si sviluppa, dici, in costante “negazione della realtà”…Puoi fare qualche esempio…?

Infatti, questo rimanda a un fenomeno che inizia con gli anni Sessanta ma che, da allora, ha assunto delle proporzioni esorbitanti. Lo straordinario è che sembra che nessuno se ne sia accorto. E questo perché si tratta della graduale istituzione di un linguaggio della tecnicità che sarà riuscito a imporre la sua apparente oggettività praticamente in tutti i campi.
Quindi siamo finiti a parlare de “la bomba intelligente”, di “attacchi chirurgici” passando per i “sans-papiers”, e ora siamo arrivati alla “crescita zero”.
Meglio, la crisi ci ha spinto a parlare di una “crescita negativa” che non ha scioccato nessuno. Al punto che la funzione di questo linguaggio sembra essere quella di bandire la contraddizione, attraverso formule siffatte, coniate piuttosto bene per essere riprese in tutto il mondo, e, in tal modo, ritualizzate in modo da apparire incontestabili.

Perché? Perché esse contengono sia una cosa che il suo contrario?

Non soltanto tali formule contengono una cosa e il suo contrario ma consacrano la confusione, provocando una specie di siderazione. Con un effetto anestetico che permette di far ingoiare tutto. È degno di nota che la crisi abbia fatto moltiplicare questo genere di discorsi fino a rafforzare la loro consensuale contraddizione in un’evidenza dal potere ipnotico.

È un sintomo di cosa?

Del fatto che abbiamo sempre meno presa su ciò che è. Non soltanto perché mancano i modi di parlare – il linguaggio è al tempo stesso il riflesso e lo strumento – di questa ipnosi generale. Ma perché, allo stesso tempo, la lingua fa scudo per impedirci di vedere l’essenziale, e sapere che tutto si tiene.

Per esempio, che questa crisi finanziaria è l’equivalente in campo economico di ciò che è stata la mucca pazza in campo alimentare, di ciò che è stata la vicenda del sangue contaminato in campo sanitario…

Vale a dire?

Vale a dire che ci troviamo davanti a sistemi che iniziano a funzionare da soli, non rimandando più che a se stessi. Fino al momento in cui qualsiasi controllo si rivelerà impossibile, al tempo stesso non essendo in grado di definire ciò che sta accadendo né di prevederne le conseguenze. Così da perdere completamente di vista il processo che si è messo in moto. Ed è molto grave che in ultima analisi non si sappia più quel che si fa, fino a perdere consapevolezza di una relazione tra la causa e l’effetto.

Le condizioni della possibilità di pensare, compresa questa crisi, sono quindi deteriorate…

Si. D’altra parte, ci sono pochissime persone, anche tra gli intellettuali, che sembrano esserne consapevoli, malgrado la moltiplicazione dei discorsi critici. Perché, il più delle volte, si tratta di critiche specifiche, che non affrontano che un solo aspetto della situazione, mentre, come ho già detto, tutto si tiene. Ed è questo che non si vuol più vedere, questo genere di coerenza nell’incoerenza.

Tutto si tiene, che significa? “Tutto” è ciò che metti dentro?

Tutto significa che c’è una specie di equivalenza nel disastro. Il restyling dei centri urbani nel centro commerciale generalizzato corrisponde al bodybuilding, alla chirurgia estetica. Al granchio ricostituito, a tutto questo cibo manipolato con cui l’industria alimentare prova a ingozzarci, corrisponde il cibo intellettuale e artistico di qualità così pessima che le multiple autorità culturali provano a farci ingurgitare. In modo tale che le condizioni sono mature affinché si mandi giù bene sia il cattivo cibo quanto i pensieri più carenti, con la medesima assenza di giudizio…

Allora evidentemente la domanda che si pone è di sapere se ci sia qualcuno che pilota questa operazione. Sarebbe troppo semplice pensare che ci sia qualcuno che tiene le fila di un complotto di queste proporzioni. Ma ciò che potrebbe farci avere tale impressione è che sembrano esserci sempre meno individui a opporsi al giro che stanno prendendo le cose e che sembra assolutamente fatto per lasciar pensare che è impossibile.

Puoi dirci quali strumenti usare per reagire?

La disgrazia è che le persone sembrano sempre più indebolite davanti a ciò che accade loro, proprio a causa di questa invasione del linguaggio tecnico, fin dentro la loro vita interiore. E come potrebbero non sentirsi smarriti, nel trovarsi sempre più espropriati di un linguaggio in grado di rendere conto della loro singolarità come della loro affettività?
È senza dubbio ciò che li spinge ad accettare i surrogati della comunicazione. A cominciare da ciò che propone internet, sotto forma di collegamento cliccabile che sta divenendo la norma relazionale. Tutto passa come se questo mondo trovasse la sua ragion d’essere nel produrre a profusione ciò di cui colmare l’assenza-di comunicazione che non cessa di provocare.
In questo senso, il merito di internet è quello di sostituire proficuamente qualsiasi contatto con ciò che equivale a un’alienazione della prossimità. Con la cancellazione dei corpi che questo comporta e la caduta sensibile che ne consegue.
Tuttavia, durante le manifestazioni che si sono tenute dall’inizio della crisi, si è scarsamente osservato il fatto che molta gente esibiva una specie di volantino sul quale vi era scritto “Sciopero generale”, con in piccolo la firma “Utopisti in piedi”. È forse un dettaglio ma che mi sembra estremamente importante perché qualcosa si inserisce, in quel momento, in dissonanza con la maggior parte delle rivendicazioni.
Nonostante avessimo tutte le ragioni di essere soprattutto preoccupati per le minacce di ordine economico, ecco che questo “Sciopero generale” dà su un altro orizzonte, su un altro spazio, da cui sarebbe forse stato possibile prendere le distanze. Come se si fosse iniziato a percepire la possibilità di un’altra connessione, da cui sviluppare un’altra critica su ciò che stiamo attraversando.
Io ci ho visto molto più che un gioco di parole, quanto piuttosto una specie di breccia che mi pare difficile negare, che apre forse su ciò che non riesce esattamente a formularsi.
Sebbene il sistema non abbia aspettato a governare la catastrofe, perfino in modo da innovare come asservire. La gravità della situazione diventa il pretesto per spingere a una sottomissione sempre più grande.

Tu dici “il sistema genera la catastrofe”. Che cos’è il sistema?

È la mercificazione di tutte le forme di vita, il cui principio è di svilupparsi infinitamente. A questo proposito, la crisi presentata e vissuta come uno stato di eccezione destinato a perdurare, costituisce un’occasione troppo bella per l’apertura di nuovi mercati e, così facendo, per imporre nuove schiavitù.
A questo proposito, rimando al libro di Riesel e Semprun Catastrophisme, il cui sottotitolo “Amministrazione del disastro e sottomissione permanente” dimostra sufficientemente come la nozione di catastrofe sia ormai usata per prolungare e aggravare il processo di servitù volontaria già ben avviato.

Quando fai partire questo processo di servitù volontaria? È il destino di ogni potere o c’è qualcosa di particolare che si sarebbe istituito al momento dell’instaurazione del sistema liberale?

No, io non mi spingerei così lontano. Sembra tuttavia che l’influenza della tecnologia abbia avuto un’importanza considerevole in questa faccenda. Quello che i pensatori della Scuola di Francoforte hanno individuato negli anni Sessanta. E Marcuse è stato il primo a vedere come il linguaggio costituisca lo strumento-privilegiato dell’ordine tecnologico per imporre la propria egemonia. Da ciò è derivato il rimodellamento dei nostri modi di pensare.

Così avremo potuto osservare con quale velocità, nel corso degli anni Sessanta, dapprima le scienze umane propriamente dette, poi la critica letteraria si sono lasciate contaminare, mentre l’intera vita sensibile stava per divenire ostaggio di una pseudo-tecnicità, senza la quale, fino ad oggi, niente può essere preso per “serio”.
Al punto che, non potendo essere detti, le sensazioni e i sentimenti hanno perduto non soltanto il loro acume e la loro finezza ma anche la loro forza di giudizio, senza parlare del senso critico che avrebbe potuto contrastare questa avanzata della tecnicità. Di questo gli intellettuali come gli artisti sono in parte responsabili.

Perché dici questo?

Innanzitutto perché, dallo strutturalismo al decostruzionismo, dal Nouveau Roman a l’auto-fiction…, si rintraccia una medesima fedeltà alla tecnicità inseparabile da un medesimo rifiuto del mondo sensibile, che sia per privilegiare la struttura, la funzione o ancora la nozione di flusso, è la corrente principale da più di una ventina d’anni in tutti i generi e le modalità d’espressione.

Come se tutto ciò che partecipa del mondo sensibile dovesse essere liquidato teoricamente o simbolicamente. Ciò è ancora una volta sottolineato dalla sempre maggiore collusione con il potere culturale e politico, rafforzata dal sistema delle sovvenzioni, del prezzo, delle onorificenze, che avrà contribuito non poco a questo tracollo critico.

Mentre prima, la cultura aveva precisamente questa funzione di mantenere vivo il sensibile nella società?

Senza dubbio più di quanto accada oggi, quando non c’era una politica culturale propriamente detta e quando la loro sola sensibilità ha portato un numero di artisti ad opporsi spontaneamente al corso delle cose.
Al contrario, sempre più rari sono oggi coloro che dicono “No”, semplicemente “No” a ciò che viene loro offerto. La maggior parte accetta tutto…le accademie, i premi, la sinecura…E si arriva all’attuale mummia della sovversione sovvenzionata!

Torniamo alla perdita dei processi fondamentali del pensiero, a cominciare da quello del collegamento tra causa e effetto…

È appunto questo che caratterizza l’influenza tecnologica, questa impossibilità di proiettarsi al di là di ciò che si fa. Come se il fatto di premere un bottone scaricasse da ogni responsabilità. Uno dei primi che se ne è preoccupato è Günther Anders a proposito della bomba atomica. Osservando che “noi siamo più piccoli di quel che facciamo”, al punto da non poter né vedere né prevedere, egli collega questa cecità a una mancanza di immaginazione. Come un black-out sensibile che provocherebbe l’impossibilità di rappresentarsi ciò che si sta facendo.

E questo significa che dobbiamo liberarci dal mondo della tecnica?

Per come si presenta oggi, sicuramente. E, a questo proposito, il fatto più inquietante mi sembra l’assunzione di controllo del dominio sensibile che si persegue attraverso le differenti politiche culturali come attraverso gli innumerevoli processi di mercificazione culturale. Gli uni e gli altri servono essenzialmente a neutralizzare ogni forma di negazione, per instaurare un regno dell’insignificanza generalizzata a cui importa soltanto il continuo rinnovamento.

Il fenomeno che descrivi provoca un attentato antropologico?

Si, si vede molto bene quando si leggono non solamente i manuali di management ma anche qualsiasi rivista femminile o maschile. Si percepisce la nuova immagine di un individuo che in fondo non è più un individuo, ma un essere connesso, tanto più apprezzato se si mostra incapace di ogni attaccamento autentico e, al contrario, capace di legarsi ad esseri altrettanto intercambiabili quanto lui stesso.
La sua facilità nel passare dall’uno all’altro è la sua prima qualità, come un essere, sempre on-line, sempre alla moda. Un individuo non è mai stato così manipolabile, in assenza di un ancoraggio sensibile.

Sono queste le risorse umane, finalmente…

Questa è l’idea delle risorse umane che si costituiscono ormai tanto nel tempo libero che nel lavoro. Da ciò l’importanza delle politiche culturali che permettono di andare molto più lontano nel modellare e formattare gli esseri. Questo è così vero che l’impresa si propone sempre più di abolire la frontiera tra il pubblico e il privato, provocando una erotizzazione diffusa, in modo che la redditività aumenti.
E questo vale per la società intera. L’abolizione del segreto, la cancellazione dell’intimità a profitto di un esibizionismo conforme ai modelli delle celebrità, rendono conto della miseria programmata di una sessualità attraverso la quale l’intercambiabilità degli esseri si impone ormai per nuovo modo di gestione delle risorse umane.

Come se ne esce? Per esempio tu, come fai tu?

Io non ho consigli né ricette da donare, ma penso che sia tempo di dire “No”. Ciascuno può farlo, anche se non sarà il prendere un po’ la distanza, un po’ di questa distanza che, da sola, permetterà il giudizio, facendoci tornare ai tempi del sogno e del pensare.

Si può fare un’analogia tra il regime comunista, per esempio, e il regime nel quale ci troviamo, per ciò che concerne la manipolazione del linguaggio e delle parole?

Si, c’è un’analogia. Si trovano molti aspetti di ciò che George Orwell ha magistralmente evocato in 1984 con il Bispensiero e la Neolingua destinate precisamente a designare il contrario di ciò che è.
Ho pertanto l’impressione che oggi sia in corso qualcosa di più insidioso, che si afferma attraverso la falsa oggettività, la cui l’autenticità sembra garantita da questo ricorso sistematico al vocabolario tecnico. Quasi tutto il mondo ne è rimasto intrappolato, come se niente potesse esistere senza essere passato attraverso il filtro pseudo-scientifico.
Si apre così un graduale massacro della vita interiore, man mano che questa si trova sempre più manipolata da termini completamente inadeguati, come strumenti di misura eccessiva la cui volgarità non può rendere conto della complessità né della fragilità delle sensazioni e dei sentimenti.

Logicamente, dovrebbero esserci dei dissidenti qui, per esempio…

Si, tanto più che questa dissidenza non è forse così difficile da vivere. Anche se il sospetto della vita sensibile non è la prerogativa del nostro mondo. Sfortunatamente è stato e resta altrettanto quello di troppo pensiero rivoluzionario, quest’ultimo ha attivamente partecipato a questo disarmo interiore che è, ai miei occhi, una novità e costituisce uno degli aspetti più inquietanti della situazione.

 Viviamo la fine di un periodo storico?

Forse, nel senso che la portata di questa crisi e i suoi effetti di domino, le sue reazioni a catena, avranno avuto il merito di suscitare, per la prima volta, un diffidenza generale nei confronti di questo mondo. E le catastrofi ecologiche contribuiscono, sempre più gli uomini sembrano fare un passo indietro e cominciare a mettere in dubbio valori, idee che la mercificazione sembrava essere riuscita a imporre. Ecco cosa può donare un po’ di speranza o almeno evitarci di essere competamente disperati.

Un appello tra i tanti è stato lanciato per riunire tutti i movimenti di protesta. Credi alla cristallizzazione delle opposizioni che resista al sistema?

Perché? Nondimeno ho una grande sfiducia nei riguardi delle organizzazioni e credo molto più alle diserzioni individuali, anzi alla diserzione interiore. Anche perché se la schiavitù è contagiosa, la libertà lo è altrettanto.

 

Scarica qui il testo in pdf dell’intervistaAnnie Le Brun: dei mali per dire la crisi

 

TRADUZIONE TRATTA DAL TESTO FRANCESE:
Annie Lebrun: des maux pour dire la crise” samedi 06 Février 2010
http://www.marianne.net/Annie-Lebrun-des-maux-pour-dire-la-crise_a184840.html
Pdf del testo francese: Annie Le Brun: des maux pour dire la crise

Martina Guerrini, apprendista libera pensatrice.

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