A una passante

Andava lasciando un mistero
di sogni avverati ch’è folle sognare per noi (D. Campana)

Stanley Kubrick

foto di Stanley Kubrick

Finite di leggere le lettere di Dino Campana raccolte nel volume Al diavolo con le mie gambe, ho avvertito immediatamente un bisogno fortissimo di correre a rileggere i Canti orfici e mentre mi lasciavo sedurre ancora una volta dalla bellezza di quelle parole, mi sono imbattuta in un testo che puntualmente mi rimanda a una poesia dei Fiori del male di Charles Baudelaire.

L’eco di Baudelaire, e di tanta altra poesia francese e non, si avverte chiaramente all’interno dei Canti orfici e su questo aspetto potete sicuramente trovare molti testi che affrontano la questione in modo molto più ampio e dettagliato di quanto si possa fare in questo spazio. Per quanto mi riguarda desidero solo mettere accanto i due testi e farli rincontrare come due amici che non si vedono da tempo.

A una passante*

La strada mi assordava, attorno a me urlava.
Alta, snella, in gran lutto, in pena maestosa,
una donna passò, e, raccolta con fastosa
mano, la gonna alzò e falda e orlo altalenava,

nobile e svelta sulla gamba ben tornita.
Ed io bevevo, chiuso in me come un insano,
nel suo occhio, ciel livido foriero d’uragano,
la dolcezza che incanta e il brivido che uccide.

Un lampo!… e poi la notte! – Labile beltà,
con uno sguardo a un tratto vita mi hai ridato;
quando ti rivedrò, solo nell’eternità?

Altrove, via di qui! tardi, forse mai più!
O tu che lo sapevi, o te che avrei amato,
non sai dove io fuggo, io dove vai tu!

Charles Baudelaire, I fiori del male, trad. di G. Mucchi, Einaudi, 1979

Une femme qui passe

Andava. La vita s’apriva
agli occhi profondi e sereni?
Andava lasciando un mistero
di sogni avverati ch’è folle sognare per noi
solenne ed assorto il ritmo del passo
scandeva il suo sogno
solenne ritmico assorto
passò. Di tra il chiasso
di carri balzanti e tonanti serena è sparita
il cuore or la segue per una via infinita
per dove da canto a l’amore fiorisce l’idea.
Ma pallido cerchia la vita un lontano orizzonte.

Dino Campana, Canti orfici, Vallecchi, 1941

 Il gioco di specchi tra i due componimenti è impressionante e l’omaggio di Campana comincia fin dal titolo, in francese, e che altro non è che lo scioglimento di quel participio con cui Baudelaire aveva intitolato il suo sonetto.

Oltre allo stesso tema, una donna sconosciuta passa per strada e attira l’attenzione del poeta, alla lettura di entrambi restiamo ammaliati da un ritmo potente capace di evocare il passo di una donna. Per Baudelaire gli ultimi due versi della prima quartina, apprezzabile più nettamente in originale (“une femme passa, d’une main fasteuse/soulevant, balançant le feston e l’ourlet”), danno il ritmo al componimento, laddove l’accento tonico su “passa” e l’accostamento di “soulevant” e “balançant” danno la suggestione del passo secco di un tacco e il lieve ondeggiare di un incedere femminile.
Campana non poteva non cogliere questo tratto e nel suo componimento ne dà la sua versione col verso “Solenne ed assorto il ritmo del passo/Scandeva il suo sogno/Solenne ritmico assorto/Passò.”.

Sono due donne assai diverse: quella di Baudelaire è “in gran lutto” e poco rassicurante, poiché nei suoi occhi il poeta ravvisa il germe di un uragano; Campana invece lascia intendere una figura femminile più serena che, per quanto avvolta nel mistero, ha occhi “sereni” e suggerisce una vita assai più appagata di quella del poeta, così come il doloroso verso “Andava lasciando un mistero/Di sogni avverati ch’è folle sognare per noi” amaramente sottolinea.

Per entrambi l’incontro apre delle voragini interne e, sia Baudelaire sia Campana, sono consapevoli che la fugacità del passaggio della donna: essa è vista come un lampo di luce che tuttavia non può scacciare completamente le tenebre (Baudelaire) mentre per Campana è un orizzonte che si richiude e “cerchia”, ossia restringe non solo la visuale che fa scomparire la passante, ma anche le future possibilità della vita e della poesia.

 

*testo originale:

À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
une femme passa, d’une main fastueuse
soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,
la douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

Un éclair… puis la nuit! — Fugitive beauté
dont le regard m’a fait soudainement renaître,
ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

 

23/05/2017 Dal blog Ladonnacheleggevatroppo segnalo un’altra passante, quella di Giorgio Caproni

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libri & sconfinamenti

  1. Pingback: Il tempo miserabile consumi | Aspettando il caffè

  2. Ciao, io ho dedicato tanti anni fa un capitolo della mia tesi proprio a questo argomento. Bellissimo! Ora con il mio blog sto cercando di costruire una antologia personale di poesie che trattano proprio il tema della “donna che passa” (rubrica “La fuggitiva e le altre sconosciute”).

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