Il giovane maronita

Sii emblema di un timore sprofondato negli abissi del mare
(Ashur al-Tuwaybi)

di Jean Rabe

maronita_1Talvolta capita ancora di sentire un’espressione che ha ormai più di un secolo: disperso in Libia. Il tono solitamente è ironico, anche nella versione più drammatica di morto in Libia. Sta ad indicare una persona, o talvolta una cosa, che non si trova più e di cui non si ha più notizie.

È un modo di dire, ancora abbastanza presente in Toscana, che si riferisce ai tanti soldati italiani che non fecero ritorno, nè vivi nè morti, dalla lunga guerra coloniale in Libia, anzi in Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.
Come è scritto sui manuali di storia, la guerra italo-turca “oltremare” iniziò nel settembre 1911, con lo sbarco delle truppe italiane a Tobruck e Tripoli, e si concluse con l’armistizio firmato nell’ottobre 1912; ma in realtà, nonostante il ritiro dal conflitto dell’Impero Ottomano, le truppe italiane d’occupazione avrebbero dovuto combattere per almeno un altro anno contro le forze arabe e poi affrontare un ventennio di guerriglia, vinta solo a prezzo di un vero genocidio.

Dentro tali avvenimenti, molti soldati ed anche ufficiali furono dati per dispersi: perduti nelle zone desertiche, fatti prigionieri da qualche tribù, disertori od anche convertiti alla religione islamica. Ma, non meno significativo della loro scomparsa fisica, fu lo smarrimento umano vissuto da coloro che si scontrarono con esperienze traumatiche e impreviste di una guerra presentata dalla propaganda con accenti romantici e di facile impegno, tanto far credere loro che si sarebbe trattato di una «passeggiata militare», benedetta persino da parroci e vescovi.

Basta leggere i surreali suggerimenti contenuti nel Manualetto per l’ufficiale in Tripolitania, distribuito all’inizio della campagna, per rendersi conto di quanto ingenuo suprematismo fossero intrisi i giovani e baldi tenentini nella loro nuova uniforme coloniale:

Gli indigeni sono come i bambini: vanno trattati con dolcezza, ma corretti con fermezza. E’ opportuno nelle relazioni con loro conservare sempre la calma, che essi apprezzano e, a dir vero, usano in qualunque circostanza. Il non alzar mai la voce, tenendo contegno serio, produce in loro molto maggiore impressione, che non il lasciarsi trasportare dallo sdegno. Chiunque tratti con loro deve tenere sempre presente, che il prestigio è il presidio più saldo, più efficace e meno costoso della sicurezza esterna ed interna dei territori occupati; tutto ciò che lo scuote, si può tradurre, a breve scadenza, in un disastro […] Occorre poi, assolutamente, rispettare le donne.
Non conviene scendere a troppa dimestichezza con gli indigeni, ma trattarli sempre con carattere uguale, punendo severamente qualunque tentativo, anche minimo, di sottrarsi all’autorità dell’europeo.

Sappiamo invece come andò: eccidi, stupri, forche, campi di concentramento, gas… in un’impresa scellerata, rimasta impressa nella memoria delle popolazioni libiche per i crimini compiuti all’ombra del tricolore e del Banco di Roma.

E non fu certo minore il disorientamento delle migliaia di contadini, chiamati alle armi e trasbordati via mare in terra d’Africa col miraggio di andare a conquistare fertili terre da coltivare e popolare in modo da poter evadere l’atavica miseria sofferta nel Meridione o nelle campagne venete.

Per loro solo datteri, malattie, trincee e caldo micidiale.

Di questo smarrimento morale e dell’incontro con una diversa cultura racconta un libro semisconosciuto e abbastanza raro: Il giovane maronita, di Alessadro Spina.

maronita_2Non casualmente, si presenta in una duplice veste grafica, perchè offre a chi legge l’intreccio di un doppio percorso: uno storico attraverso stralci di documenti dell’epoca e uno narrativo dentro un conflitto di sentimenti non meno aspro e fatale, in cui i diversi protagonisti, sia uomini che donne, paiono parimenti trascinati dagli eventi, ma seppure in modo drammatico tutti in qualche modo si sottraggono ad essi.

La sorte, in dissolvenza, del capitano Martello, «un uomo insolubile» agli occhi del suo generale, appare come umanamente conseguente:

La complicità in questa impresa coloniale aveva reso privo di significato tutto quello che gli era stato insegnato e in cui aveva creduto. L’insolubilità è forse l’improvvisa certezza che tutta la nostra educazione è inservibile? L’incontro con una società organizzata diversamente è la figurazione dell’incontro con l’altra realtà, a cui segue l’immediata svalutazione di questa e l’ansia di meritare l’altra e di fuggirvi, per mettersi in salvo.

L’autore, il cui vero nome era Basili Khouzam (1927-2013), saggista e orientalista, ebbe modo di dire la sua opinione in occasione del Festivaletteratura di Mantova nel 2011 – l’anno dei 456 bombardamenti italiani in Libia – contro «le scemenze scritte in Italia sulla guerra di Libia, che ha distrutto un terzo della popolazione», accusando senza giri di parole come «il senso di colpa non è al centro del nostro sistema mentale».

Mentre nel presente c’è chi, con disinvoltura, già ritiene scontato un quinto intervento armato in Libia per esportare i nostri deserti, ben venga ogni spedizione all’inverso.

 

Alessandro Spina, Il giovane maronita, Milano, Rusconi, 1971

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

  1. CriticaComunista

    Ciao Caffè 😀
    Come va?

    Noto che non mi leggi più 😦

    😛

    Un caro saluto!

    C.C.

    Mi piace

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