Al diavolo con le mie gambe

«Io faccio l’orso, lo strambo, solo con quelli che non hanno gli elementi di sensibilità per cui ci si possa intendere […] Sono nemico dei mezzi termini e cerco senz’altro dei “fratelli”. Sono insomma, se Lei vuole, anzi se Boine vuole, solamente un po’ primitivo. Ma torneremo di moda anche noi, ci ho questa speranza” (lettera a Mario Novaro, estate 1915)

campanaMai avrei creduto che in un libro tanto piccolo si potessero condensare tante emozioni. Ma se l’autore è Dino Campana (1885-1932), è lecito aspettarsi di tutto ed è probabile – oltre che auspicabile – che i preconcetti vadano presto a farsi benedire.

Il libro ci offre un’interessante scelta e montaggio di alcune lettere di Dino Campana in un percorso che intende condurci fin dentro i sentimenti più profondi del poeta. Attraverso la fitta e accesa corrispondenza che intrattenne con le personalità dell’epoca (Papini, Prezzolini, Soffici, Carrà, Aleramo, Cecchi, Lebrecht; solo per citarne alcuni) è possibile farsi un’idea, forse sommaria ma non per questo meno commovente, della complessa vicenda umana di Dino Campana e del suo travagliato percorso letterario perennemente in bilico tra il desiderio di farsi accettare e l’amara consapevolezza di essere un poeta di assoluto genio.

Il genio, si sa, non sempre è compreso, quasi mai è benvoluto: le lettere che Campana scrive mostrano prepotentemente il dolore di non essere capito e accolto né dall’élite letteraria fiorentina, né dalla famiglia ed infine nemmeno dagli abitanti del suo paese natale che lo tormenteranno con la loro mediocrità e cattiveria, fino a che Campana sarà per sempre e per tutti “neutralizzato con l’etichetta, appunto, del matto”.[1]

Nel leggere le sue lettere osserviamo come la sua esistenza si consumi tra il desiderio di pubblicare le sue opere e di affermarsi – conscio del valore dei suoi versi – e la necessità di sfuggire a quelle maldicenze che, suo malgrado, egli stesso contribuiva ad alimentare:

«Egregio Signor Prezzolini,
[..] io sono un povero diavolo che scrive come sente: Lei forse vorrà ascoltare. Io sono quel tipo che le fu presentato dal signor Soffici all’esposizione futurista come uno spostato, un tale che a tratti scrive delle cose buone. Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato. Aggiungo che io merito di essere stampato perché io sento che quel poco di poesia che so fare ha una purità di accento che è oggi poco comune da noi. Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata.» (lettera a Giuseppe Prezzolini, 6 gennaio 1914)

Sempre dalle lettere ben si evince che Campana non stimasse particolarmente i Vociani ma è con loro che è costretto a relazionarsi nella speranza di veder pubblicate i suoi testi o di rimediare qualche collaborazione per tirare avanti. Dal canto loro, Papini e compagni dimostrano di non capire affatto la grandezza dei versi di Campana ed in più di un’occasione danno prova di grande superbia e forte insensibilità.

«[Papini] si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e m’invitò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po’ parlavo troppo bene un po’ tacevo. […] Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, ché le avrebbe stampate sull’Acerba. Ma non lo stampò. Io partii non avendo più soldi (dormivo all’asilo notturno ed era il giorno in cui loro facevano le puttane sul palcoscenico futurista incassando cinque o seimila lire) e poi seppi che il manoscritto era passato nelle mani di Soffici.» (lettera a Emilio Cecchi, marzo 1916)

Intorno al poeta matura il doppio peso di un’esclusione intellettuale e sociale, laddove come già accennato, perfino i familiari si adopereranno per disinnescare Dino agli occhi del mondo. Bollato come pazzo a Marradi, il suo paese natale, considerato quanto meno eccentrico dagli intellettuali con cui avrà a che fare, nel gennaio del 1918 sarà rinchiuso nel manicomio di Castel Pulci dove nel 1932 concluderà i suoi giorni.
La testimonianza di questi suoi scritti ci precipitano dentro alla voragine, mostrandoci tra l’altro un  Campana che a più riprese avverte chiaramente la fine tanto da scrivere “Personalmente vi dico che mangio alla tavola dei miei persecutori” (lettera a R. Franchi, 8 gennaio 1918). Se poi “le ultime lettere fossero i deliri di un pazzo o caratteri chiari dispersi nella nebbia della confusione, della guerra, di quello stesso rapimento lo portò a esser un poeta così innovativo da restare isolato nel suo tempo e nella sua terra, è difficile da dirsi”.[2]

Tra le lettere fa la sua comparsa anche Sibilla Aleramo, figura senza dubbio importante nella vita del poeta, tuttavia ho particolarmente apprezzato come la curatrice della raccolta abbia scelto di mantenere la sua presenza all’osso, quel tanto che basta per capire la profonda e tormenta relazione che i due ebbero, evitando che questa diventi, poiché non lo era, il fulcro di tutta la vicenda artistica e umana di Dino Campana.

Altro punto decisamente a favore di questa raccolta, assieme alle utili note che puntellano le missive chiarendone riferimenti e cronologia, è la selezione fatta delle lettere che, dovendo evidentemente adeguarsi alla brevità della collana “I pacchetti” in cui è inserita, non toglie nulla alla tragica vicenda del poeta ma anzi, riesce a restituirci un ritratto preciso di Dino Campana sollevandolo da tanti cliché primi fra tutti quello del pazzo e quello del poeta maledetto.

«Non creda che io lavori sul serio. Che cosa potrei fare? Il popolo è assente, la coscienza perduta e per diventare mistico non sono abbastanza vile. Lei crede che si potrebbe fare un bel libro con i miei frammenti? Io credo che sarebbe la cosa più dolorosa che si potesse fare. Ma avanti o indietro come è tutto uguale!» (lettera a Emilio Cecchi, 2 maggio 1916)

 

Dino Campana, Al diavolo con le mie gambe. Lettere di un poeta guastafeste, a cura di Chiara Di Domenico, collana “I pacchetti”, L’orma Editore, 2015

 

[1] Chiara Di Domenico, Al diavolo con le mie gambe, “Introduzione” p. 6.
[2] Chiara Di Domenico, nota alla lettera a Raffaello Franchi, p. 58

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  3. maria

    Mi hanno commosso la presentazione del libro di Dino Campana, gli stralci delle sue lettere e il ricordo della sua vicenda biografica, della sua “vita lacerata”, per l’incomprensione decettiva dei suoi contemporanei e per lo scotto che ogni genio autentico paga purtoppo alla mediocrità (“La mediocrità eˋcattiveria almeno quanto la cattiveria eˋ mediocritaˋ.”)

    “Solo l’anima del filosofo ( e il genio poetico eˋ anche autenticamente filosofico) mette le ali.Infatti con il ricordo, nella misura in cui gli e` possibile, egli e` in rapporto con quelle realtaˋ in relazione con le quali anche un dio e` divino(…) Pero`, in quanto si allontana dalle occupazioni umane e si rivolge ad divino, viene accusato dai piuˋdi essere uscito di senno.Ma sfugge ai piuˋ che egli, invece, eˋinvasato da un dio.”
    Platone, Fedro, 249

    (Perdonatemi, se possibile per la strana accentazione del commento: la mia attuale tastiera e` una “ciofeca” : )

    Grazie infinite per questa perla!
    Un caro saluto

    “Miriam”

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    • Ciao Miriam,
      leggere le lettere di Dino Campana è un’esperienza umana e poetica di grande spessore. Questo libro, che riporta una piccola parte della sua corrispondenza, consente di farsi un’idea del mondo che lo circondava e della meschinità anche dell’ambiente letterario dell’epoca.
      Sono felice che ti piaccia, Dino Campana lo amo molto, per me è un poeta straordinario che forse meriterebbe maggiore attenzione anche nei programmi scolastici…
      Nel blog troverai anche altre cose su di lui e sicuramente in futuro me ne occuperò ancora.
      A presto e grazie per questa tua riflessione.

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