Vita di Lidia Sobakevič

«Nella vicenda unica nel suo genere dell’emigrazione russa ci sono stati essenzialmente due tipi di intellettuali: quelli che hanno accettato la situazione e, presto o tardi, sono diventati europei (o americani) e quelli che hanno rifiutato di farlo. Per questi ultimi il mondo non si è mai ricostituito. (…)
Il fatto più grave era che scrivevano in Italia, a Parigi o a Los Angeles in una lingua che non capiva nessuno, e d’altra parte i loro libri non potevano esser letti in Unione Sovietica. Con chi parlavano allora, e per chi? «Per il futuro» rispondeva Lidia, visto che Sobakevič apparteneva alla seconda categoria. Nel suo caso ovviamente il futuro era lei, sia perché leggeva tutto (…) sia perché grazie a lei l’opera di Sobakevič si sarebbe conservata, propagata, avrebbe fermentato e dato frutti in un mondo a venire, situato più avanti tanto rispetto a lui quanto rispetto al mondo della stessa Lidia.»

Cover Maccari ok:Layout 1Vita di Lidia Sobakevič non è un romanzo ruffiano, di quelli che catturano il lettore con le prime tre pagine, salvo poi perdersi irrimediabilmente per strada. No: il libro di Giovanni Maccari è di un’altra pasta. Non ha fretta di conquistare il lettore, non ha bisogno di tirarlo per la giacchetta e possiede la rara qualità del narrare con garbo e delicatezza.

Maccari ci introduce in punta di piedi nella vita di Lidia, le sue complicate e dolorose vicende familiari vengono riferite come se fossero discorsi sentiti altrove, annodando e sciogliendo il filo del racconto come se fosse una storia a più voci.

La vita di Lidia è innanzi tutto la storia della sua complicata famiglia, una singolare compagine di aristocratici russi riparati in Europa all’indomani della rivoluzione d’Ottobre che si stabiliscono definitivamente in Italia quando le speranze di poter tornare in Russia si spengono definitivamente. Fra tutti i personaggi che popolano questa comitiva, la figura del padre – lo scrittore nichilista Michele Sobakevič – è quella dominante: quest’uomo votato alla sua scrittura, irriducibile in una logica di quotidianità domestica, oppresso dall’impossibilità di restare nella sua terra prima e di ritornarci poi, sarà il faro di Lidia, della sua esistenza, la sua “ossessione” da vivo e soprattutto da morto.

Lidia infatti, una volta scomparso Michele, si consacra al ruolo di custode ed esegeta della produzione letteraria paterna; ne diventa la maggiore conoscitrice, si adopera per diffondere in Italia e all’estero le sue opere e raccoglie tutto quello che era appartenuto al padre con un’attenzione quasi maniacale.
È un legame a doppio filo assai complicato, filiale e letterario al tempo stesso, poiché per Lidia suo padre Michele non può essere in alcun modo scisso da Sobakevič, lo scrittore. Lidia è cosciente della sconsiderata condotta paterna ma non gli rimprovera nulla, poiché lo colloca sempre su un piano più alto rispetto a tutti gli altri familiari. Egli era uno scrittore, un grande scrittore, che ha resistito nella Russia sovietica finché ha potuto e la sua arte è stata sì riconosciuta ma non quanto avrebbe meritato: fra la ferita dell’esilio e il dolore di un talento non abbastanza riconosciuto, oscilla tutto l’amore e l’indulgenza di Lidia per suo padre.

«Michele aveva il viso giallo e il petto che gli rientrava in dentro da quanto era magro. Portava una pelliccia marrone conservata da “prima” buttata sulle spalle. Compariva così in casa di Lev Gumilëv, l’ex martito di Anna Achmatova, dove Zamjatin e lui stesso insegnavano rispettivamente la prosa e la poesia adatte al contesto rivoluzionario. Entrambi in seguito sarebbero stati giustiziati dal regime. Sobakevič trovava esilarate l’idea di un’arte adatta a qualche cosa e che si insegna a scuola come le tabelline.
(…) era famoso nell’ambiente, pur senza avere ancora pubblicato neanche un libro. Ma era un originale, uno di quegli scrittori così pri che la loro presenza suscita un misto di nervoso e di vergogna, dato che non voleva niente, non ambiva a niente, neanche a scrivere una cosa che impegnasse fino in fondo le sue capacità. Lui le sprecava invece, e se magari gli chiedevano di scrivere su Gogol’ per una rivista contadina rispondeva di no, perché diceva che «la prosa parentetica» non gli veniva bene.»

Se Michele è un personaggio “ingombrante”, Lidia di certo non lo è di meno: rende la vita difficile a quanti hanno a che fare con lei e non si rivela mai completamente, neanche al lettore. Non basta mettere insieme tutte le tessere del mosaico per riuscire a comprendere pienamente il personaggio di Lidia poiché resta un alone di mistero oltre il quale non va neanche il narratore, o perché non sa, o perché conosce tutta la storia e sa che talvolta tacere è un atto d’amore.

 

Giovanni Maccari, Vita di Lidia Sobakevič, collana “I Chiodi”, Pendragon, 2015

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