Bécquer, seconda parte

Nemmeno so in così terribili ore
a che pensavo o che mi successe;
solo ricordo che piansi e maledissi,
e che in quella notte invecchiai.

Gustavo Adolfo Bécquer ( J. Laurent, 1864 circa)

Gustavo Adolfo Bécquer ( J. Laurent, 1864 circa)

Quando nel settembre del 2014 scrissi a proposito di Gustavo Adolfo Bécquer lo feci perché le sue poesie mi piacevano, ma ero convinta che in pochi avrebbero letto il post.

Invece, da allora, non passa giorno senza che quell’articolo venga letto un discreto numero di volte. Sicuramente sarà merito di qualcuno di buon cuore che ha messo il link chissà dove, ma io − nel mio delirio − mi son convinta che Bécquer vi piace e adesso son problemi vostri. 🙂

Eccovi dunque servite cinque poesie tratte da Rimas”; le traduzioni, nel bene e nel male, sono mie.

 

XIV

Ti vidi un istante e fluttuando davanti ai miei occhi
l’immagine dei tuoi occhi si fissò,
come la macchia scura orlata di fuoco
che fluttua e acceca se si guarda il sole.

E dovunque la vista fissi
torno a vedere le tue pupille fiammeggiare;
ma non incontro te, cos’è il tuo sguardo,
degli occhi, i tuoi, nulla più.

Dalla mia alcova nell’angolo li guardo
distaccati fantastici luccicare:
quando dormo li sento che scrutano
completamente aperti su di me.

Io so che ci sono fuochi fatui che di notte
conducono il viandante a perire:
io mi sente trascinato dai tuoi occhi,
ma dove mi trascinano non lo so.

XLIII

Lasciai la luce da un lato e sul bordo
del disfatto letto mi sedetti,
muto, ombroso, la pupilla immobile
fissa sulla parete.

Quanto tempo rimasi cosi? Non so: al lasciarmi
l’ubriacatura orribile del dolore,
spirava la luce e nei miei balconi
rideva il sole.

Nemmeno so in così terribili ore
a che pensavo o che mi successe;
solo ricordo che piansi e maledissi,
e che in quella notte invecchiai.

XLVII

Io mi sono affacciato ai profondi precipizi
della terra e del cielo,
e ne ho visto la fine o con gli occhi
o con il pensiero.

Ma ahi! Di un cuore giunsi all’abisso
e mi sporsi un momento,
e la mia anima e i miei occhi si turbarono:
Così profondo era e così nero!

LV

Nel dissonante fracasso del baccanale
accarezzò il mio orecchio
come nota di musica lontana,
l’eco di un sospiro.

L’eco di un sospiro che conosco,
formato da un respiro che ho bevuto,
profumo di un fiore che occulto cresce
in un chiostro ombroso.

La mia adorata del giorno, affettuosa,
– A che pensi? mi disse:
– A niente… – A niente e piangi? –  È che tengo
allegra la tristezza e triste il vino.

LXII

Prima è un albeggiare tremulo e vago,
raggio di inquieta luce che taglia il mare;
poi scintilla e cresce e si diffonde
in ardente esplosione di chiarore.

La fulgente fiamma è l’allegria;
la spaventosa ombra è il dolore:
Ahi! Nell’oscura notte della mia anima,
quando albeggerà?

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