Una domenica pomeriggio

«Comunque, è da parecchio tempo che sono dannato. Mi mancano le forze per sottrarmi a questo indolente ingranaggio, che nel succedersi delle notti mi immerge sempre più nel baratro di un appartamento adibito a postribolo, dove altri individui orribili e annoiati come me tengono fra le dita un ventaglio di carte da gioco e muovono svogliati fiches nere o verdi, mentre il tempo cade gocciolando nel lurido secchio delle nostre anime» (“Le belve”)

arlt_una domenica pomeriggioUna domenica pomeriggio raccoglie tre celebri racconti dello scrittore argentino Roberto Arlt: il testo che dà il titolo al volume, “Le belve” e “Il gobbetto”. Tre gioielli, sia in termini narrativi che stilistici, che ribadiscono una volta di più quanto il genere del racconto non sia affatto qualcosa di subalterno al romanzo.

Del resto qui siamo alle prese con uno dei maestri del racconto sudamericano, riconosciuto e apprezzato da molti suoi illustri colleghi (Cortázar, tanto per dirne uno) e niente mi toglie dalla testa che SUR abbia concepito questo volumetto proprio come una sorta di primo incontro con il genio di Arlt, il cui estro resta indelebile nel cuore dei lettori che lo hanno incontrato.

Lungi dal voler analizzare qui l’opera di Arlt, vorrei limitarmi a presentarvi questi racconti, certa che, se deciderete di avventurarvi nella lettura, resterete ammaliati dalla sua prosa, sarete messi all’angolo dal suo linguaggio, leggerete d’un fiato le sue storie ed, infine, andrete di corsa a cercare altri suoi libri.

“Il gobbetto” è il racconto che apre la raccolta e narra di “un uomo che ha sofferto molto” e di come l’incontro con un gobbo, cinico e senza pudori, sia il detonare di una serie di scelte dalle conseguenze nefaste. Trattasi della classica discesa agli inferi: il protagonista, su cui incombe un anelito di predestinazione, incontra il suo spirito maligno che gli dischiude le porte dell’abisso. Si tratta di un racconto molto avvincente che sono convinta abbia ancora qualcosa da dirmi. Infatti, anche col passare dei giorni e rileggendolo, mi è rimasta la convinzione di non averlo afferrato completamente. C’è qualcosa che continua a sfuggirmi e che mi punzecchia; intuisco che c’è un piano di lettura più profondo al quale non riesco ad arrivare ma che non non ho nessuna intenzione di lasciar perdere.

Il terzo racconto, Una domenica pomeriggio, prende le mosse da un incontro casuale tra Eugenio Karl e la moglie di un suo amico, Leonilda. Di fronte allo “sfrontato” invito di lei a prendere una tazza di tè a casa sua mentre il marito non c’è, inizia il giro di valzer di quello che nella testa di Eugenio sembra a tutti gli effetti l’invito a consumare un tradimento. Lungi dallo svelarvi come va a finire, il racconto è un tuffo nella vita coniugale della coppia, della quale vengono svelate le ipocrisie che – forse – potrebbero condurre verso scelte sbagliate, chissà.

Infine arriviamo al secondo racconto, “Le belve”, che ho volutamente lasciato per ultimo perché — in quella che potrebbe essere la mia personale classifica di gradimento — è sicuramente la storia che ho apprezzato di più.
L’idea della discesa agli inferi, intravista in “Una domenica pomeriggio” ed intrapresa ne “Il gobbetto”, qui giunge a conclusione, è definitiva: siamo proprio all’inferno. Arlt ci porta nel girone dei disgraziati, dei reietti della società.
È la stessa voce narrante che ci dà conto di come sia approdato tra le “belve”, pur non appartenendo a quel mondo, e ci introduce nella variopinta combriccola che anima adesso la sua esistenza. Siamo nel girone dei magnaccia e delle prostitute, dei postriboli più sordidi, delle periferie dimenticate e ad ognuno dei personaggi che appaiono sulla scena Arlt cuce addosso un capolavoro di descrizione dove non si riesce a trovare un aggettivo fuori posto. Sintesi narrativa estrema condita da uno stile impeccabile che sa scendere in profondità, permettono di far scaturire le emozioni di queste vite ai margini che finiscono per travolgere il lettore e lasciarlo di sasso.
Perché il dolore scava e, se possibile, si scende ancora più in basso dell’inferno.

«E poi, conosciamo molti momenti tristi che nemmeno le carte da gioco riescono a dissipare, rancori simili a camicie di forza comprimeranno i nostri istinti fino al giorno in cui cadremo sotto il coltello di un nemico, o la pallottola di qualcuno che da tempo ci attendeva nelle tenebre. Perché ciascuno di noi è atteso da qualcuno.
Dopo aver vissuto in questo modo, è logico essere invasi da un silenzio così cupo, il mutismo della belva che dalla vita ha avuto una forza maledetta, utilizzabile solo nei bassifondi del male.
Ora al tavolo del caffè, sotto le luci gialle, bianche e azzurre, il silenzio è una pausa. Abbiamo bisogno di un po’ di riposo per lasciar depositare le infamie che abbiamo taciuto, i nostri crimini vili.»

 

Roberto Arlt, Una domenica pomeriggio, collana “littleSUR”, Edizioni SUR, 2015

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

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