Il Generale dell’armata morta

Nubi sui dirupi
Brandendo le scimitarre di pioggia,
Sul fondo dei ruscelli le spoglie dei lampi a biancheggiare.

(Frederik Rreshpja)

di Jean Rabe

kadareNon posso, in tutta verità, affermare di conoscere la letteratura e la poesia albanese, ma per quel poco che ho avuto modo d’incontrarla, mi ha colpito per intensità e profondità, a conferma di quanti danni e perdite può causare certo suprematismo culturale, per non dire razziale, nei confronti di un popolo. Un popolo che, nella sua storia, ho dovuto più volte combattere, fieramente, per la sua libertà contro le invasioni e le dominazioni italiane: prima del Regno sabaudo, seguite da quelle della guerra fascista ed infine quelle economiche degli anni Novanta da parte di rampanti avventurieri nostrani, pronti ad arricchirsi sulle miserie e le disgrazie altrui.

Probabilmente, in Italia, lo scrittore albanese più conosciuto è Ismail Kadare (o Kadaré, alla francese), soprattutto come autore de Il generale dell’armata morta (1963), dal quale nel 1983 venne liberamente tratto l’omonimo film di Luciano Tovoli che, nonostante il cast d’eccezione (Marcello Mastroianni, Anouk Aimée, Michel Piccoli, Sergio Castellitto…), appare pressoché dimenticato.

Autore anche di altri intensi racconti (La città di pietra, Il Palazzo dei Sogni, La piramide, I tamburi della pioggia…) e numerosi saggi, nel 1990 chiese asilo politico alla Francia, ma alcuni scrittori e poeti albanesi del dissenso di sinistra – tra i quali Kasëm Trebeshina e Bilal Xhferri – lo criticarono per aver denunciato tardivamente il regime “socialista” quando ormai questo era prossimo alla caduta.

In seguito, Kadare ha voluto ribadire le sue convinzioni, affermando che «La letteratura autentica e le dittature sono incompatibili… lo scrittore è nemico naturale delle dittature»; ma, aldilà di queste accuse sul piano della coerenza politica, non dissimili da quelle rivolte nei confronti di molti scrittori e intellettuali italiani e francesi che convissero con il fascismo, non si può non riconoscere il valore della sua opera, a partire proprio da Il generale dell’armata morta, interessante e coinvolgente sotto più aspetti.

La storia narrata, con risvolti noir, segue la ricerca dei resti umani (talvolta impropriamente tradotti come «ceneri») dei soldati italiani morti e sepolti in terra albanese durante la Seconda guerra mondiale. Incaricato, vent’anni dopo, della macabra missione è un generale italiano, accompagnato da un cappellano militare, con il suo bagaglio di pregiudizi nei confronti del «rozzo e arretrato» popolo albanese, nonché di ragioni legate alla propria carriera e ai cosiddetti valori dell’amor patrio.

Pur avendo servito ed ancora appartenendo ad un esercito sconfitto, il generale non nasconde il proprio atteggiamento di superiorità, comportandosi quasi da vincitore e padrone, piuttosto che come un intruso in luoghi dove è ancora viva e carica di risentimento la memoria dei crimini compiuti dagli «italiani brava gente» contro i civili e i partigiani.

Gli albanesi per lui (ma sembra di sentire luoghi comuni e razzismi dell’oggi) restano gente da civilizzare e non è neppure sfiorato dal dubbio di aver combattuto una guerra ingiusta, seppure su un altro fronte, obbedendo a Mussolini e dal continuare ad indossare gradi e divisa. D’altronde neanche il prelato che ha a fianco appare maggiormente travagliato da interrogativi morali o religiosi; ma il lungo viaggio nella riesumazione, respirandone l’aria venefica, finisce per trasformare la nobile missione in un incubo da espiare, sino a confondere le iniziali certezze:

«In guerra è difficile tracciare una linea di demarcazione tra il tragico e il grottesco, tra l’eroico e il deprimente»

Tutto attorno al generale sa di morte e di vendetta, dall’ostilità dell’ambiente naturale al pianto dirotto del cielo, dagli sguardi ruvidi delle persone agli avvertimenti che salgono dai boschi tenebrosi. Anche se verrà portato a compimento, l’assurdo contrappello dell’armata sterminata da disseppellire comporterà lo smarrimento dello zelante ufficiale-becchino, ormai più straniero «degli alberi piantati sui bordi della strada».

Smarrito anche il senso del dovere, soccombe alle ombre che lo inseguono per chiedergli: «A che serve essere ritrovati quando si è morti?»

 

Ismail Kadaré, Il Generale dell’armata morta, Varese, Corbaccio, 2004, pp. 223, Euro 16,00

 

Jean Rabe, tipo poco raccomandabile e frequentatore di bassifondi librari.

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