Luci di bohème

«Perché tu, verme burocratico, non sai nulla. Neanche sognare»
(Max Estrella, scena quinta)

valle-inclan_teatroEra da tempo che desideravo scrivere un post su Ramón del Valle-Inclán (1866-1936), narratore, poeta e autore di testi teatrali, solitamente etichettato come modernista e la cui biografia già da sola si legge come un romanzo.
Fu indubbiamente un uomo eccentrico suo malgrado, ma capace, forse come nessun altro in Spagna, di tracciare in modo esemplare la parabola letteraria di un artista a cavallo tra ‘800 e ‘900, partendo da un’estetica del rifiuto assai decadente fino a giungere a ciò che lui stesso in Luci di Bohème battezza “Esperpento”, ovvero il suo personale modo di descrivere la società a lui contemporanea, avvertita come ridicola e obsoleta, attraverso una “deformazione ironica e grottesca, suo solitario ma autentico contributo all’avanguardia[1].

Dalle celebri Sonate in avanti la sua produzione mi ha sempre interessato parecchio, anche perché in lui ho sempre ravvisato – andando molto per le vie brevi, perdonatemi – un legame diretto e anche stretto col desengaño barocco di Calderón de la Barca, Quevedo e compagnia cantante. Del resto è risaputo quanto gli occhi della Spagna letteraria del Novecento fossero puntati verso il Siglo de Oro, come tra l’altro ben ci rammenta il celebre scatto di Granada, dove gli scrittori della Generazione del ’27 si erano riuniti in atto di commemorazione di Góngora.

valle-inclán

Ramón del Valle-Inclán

Ma tornando al nostro, Luci di Bohème è una pièce teatrale accolta tiepidamente e con molto sospetto alla sua prima apparizione nel 1924, poiché ingiustamente giudicata irrappresentabile. Questa definizione, che per lungo tempo sottrarrà all’opera il successo che meritava, gli resterà appiccicata per lungo tempo, fino alla riscoperta a partire grosso modo dagli anni ’60.

La storia narra delle ultime ore di vita di Max Estrella, un “andaluso iperbolico, poeta di odi e madrigali” (scena prima) divenuto cieco, licenziato dal suo giornale e caduto in misera.
Durante la notte, accompagnato dall’ambiguo Don Latino, Max “esce di casa a cercar soldi e sfiora così vari mondi: la taverna, il circolo dei poeti “modernisti”, la strada con scontri tra scioperanti e polizia, poi il carcere dove è tradotto per schiamazzi, e infine l’ufficio del ministero degli Interni (Maura) che riconoscendo in Max un compagno di studi lo tacita con un dono in denaro. Il poeta umiliato e disperato continua a girovagare nel freddo, e muore per la strada.”[2]

Max Estrella, mentre è sul punto di morire, afferma che “La Spagna è una deformazione grottesca della civiltà europea” (scena dodicesima) ed è proprio questo il quadro che Valle-Inclán restituisce con questo testo. Mentre la notte avanza e il vino cresce, gli incontri altro non sono che il pretesto per intessere una critica pungente della cultura ufficiale dell’epoca, della situazione sociale e politica della Spagna del periodo della Restaurazione, un paese ingiusto e repressivo che attraverso la Madrid cupa, sordida e miserabile di questa tragedia, mostra il suo volto più violento e grottesco.

Per farlo si serve della poetica dell’Esperpento, personale invenzione di Valle-Inclán e che in questo testo ha il suo manifesto: una visione artistica che affonda le sue radici nelle immagini di Goya (altro artista barocco di riferimento) e che intende farci penetrare nell’assurdità e nella drammaticità contemporanea proprio attraverso il filtro di uno specchio deformante.

Max – Gli ultraisti sono degli spacconi. L’esperpento lo ha inventato Goya (…) Gli eroi classici riflessi negli specchi concavi danno l’Esperpento. Il senso tragico della vita spagnola può essere riprodotto soltanto con un’estetica sistematicamente deformata (…) In uno specchio concavo le immagini più belle sono assurde. (…) Latino, deformiamo il nostro linguaggio nello stesso specchio che ci deforma i volti e che deforma tutta la vita miserabile della Spagna.
(scena dodicesima)

Sicuramente questa è una tragedia che si presta a molti piani di lettura, non ultima una preoccupazione sociale che come un fiume carsico scorre sotto il testo e che affiora drammaticamente in superficie nel dialogo fra Max e il detenuto, ovvero quando si affronta il tema degli scioperi dagli operai catalani, la questione dell’abolizione della ricchezza, il rifiuto della guerra ed altro ancora.

Max – Di cosa ti accusano?
Il detenuto – È una lunga storia. Sono accusato di ribellione. Non ho voluto lasciare il telaio per andare in guerra e ho sollevato un’insurrezione in fabbrica. Il padrone mi ha denunciato, ho scontato la pena e ho girato il mondo in cerca di un lavoro. Ora sono in trasferimento, richiesto da non so quali giudici. Conosco il destino che mi aspetta. Quattro revolverate per tentativo di fuga[3]. Pazienza. Non fosse che questo.
Max – Di cosa hai paura?
Il detenuto – Che si divertano a torturarmi.
(scena sesta)

 

Ramón del Valle-Inclán, Luci di bohème, in Teatro: Polittico dell’avarizia, la lussuria e morte. Luci di bohème, Edizioni Costa & Nolan 1991

[1] M. Di Pinto, R. Rossi, La letteratura spagnola dal settecento ad oggi, BUR, 1993
[2] Ibidem p. 389
[3] La cosiddetta Ley de fugas che consisteva nel provocare l’evasione per poi sparare sul prigioniero.

 

Nota: le traduzioni in circolazione di quest’opera sono poche, ormai vecchie e difficili da reperire. Se volete leggere questo testo, o altro di Valle-Inclán, più che in libreria vi consiglio di cercare fra le librerie dell’usato o in biblioteca. In rete circola qualcosa, ma le traduzioni spesso non sono granché e rischiate di perdere moltissimo dell’uso spregiudicato della lingua del nostro uomo. In particolare vi segnalo che l’edizione citata qui sopra possiede un corredo ricchissimo di note che ha mio avviso sono fondamentali per capire i molti riferimenti del testo.

Bonus track: per i curiosi (e voi lo siete 🙂 ), due pagine della biografia di Valle-Inclán tratte dal già citato La letteratura spagnola dal settecento ad oggi, che sono sicura vi piaceranno. Valle-Inclán biografia

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libri & sconfinamenti

  1. Pingback: Classifica 2016 | Aspettando il caffè

  2. Sono davvero piacevolmente sorpresa di leggere questo articolo e sempre più convinta di avere trovato un blog che mi si addice. Ho studiato molto la letteratura spagnola (e anche portoghese), in particolare il Siglo de Oro (La vida es sueno ecc), ma anche il ‘900, e apprezzo che tu proponga un autore teatrale come Valle-Inclan. Ti vorrei inserire nel mio blogroll, se sei d’accordo.

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