Il tipografo Angiolillo

«Trovai un foglio sotto il suo letto era la sua scrittura. Una frase in francese, sicuramente copiata: “Non saremo portati al cimitero senza prima aver dato a questa schifosa società il castigo che si merita per averci voluto offrire una gioventù vuota”»

il tipografo AngiolilloIl tipografo Angiolillo è un libro che mi ha molto sorpreso: fin dalle prime pagine si rivela un romanzo intenso, profondo e estremamente toccante.
La vicenda intreccia le esistenze di due uomini che, nonostante siano cronologicamente distanti, finiscono per essere  intimamente unite.
La prima voce che incontriamo è quella di un militante basco in lotta per l’affermazione del suo popolo e per la libertà di una Spagna ancora sotto il giogo della dittatura franchista. A questa si aggiunge quella di un anarchico italiano, Michele Angiolillo, che nell’agosto del 1897 uccise il presidente del consiglio spagnolo Antonio Cánovas del Castillo.

Trait d’union fra i due è la condanna a morte – Angiolillo sarà garrottato mentre il basco è in attesa dell’esecuzione – nonché l’aver occupato entrambi la stessa cella nella prigione di Bergara, luogo dove fu detenuto e poi ucciso Angiolillo. È da  questa cella che nasce la curiosità del militante basco verso la storia dell’anarchico italiano e che converte Angiolillo, con i suoi ideali e con le motivazioni che lo portarono ad uccidere Cánovas, in una sorta di nume tutelare, una figura a cui ispirarsi ed aggrapparsi, al fine di potersi presentare all’appuntamento col boia con la stessa dignità del tipografo italiano.

Così, attraverso gli occhi e le emozioni del militante basco, rivive sulla pagina la vita di Michele Angiolillo e si rievoca uno fra i periodi storici più neri della storia spagnola in cui  fu dato avvio ad una forte repressione contro i movimenti sociali a suon di torture e fucilazioni sommarie nel tristemente noto castello di Montjuïc.

«Signori, ho sentito nel fondo del mio cuore un odio indicibile contro quest’uomo di Stato che governava con il terrore e con la tortura, contro questo Ministro che mandava al macello migliaia di giovani soldati, contro questo potentato che riduceva alla miseria, schiacciandolo sotto le imposte, questo popolo spagnolo che potrebbe essere tanto prospero in un Paese così fertile e ricco, contro quest’erede dei Caligola e dei Nerone, questo successore di Torquemada, quest’emulo di Stambuloff e Abdul-Hamid; contro questo mostro di cui io sono felice e fiero di aver sbarazzato il mondo: Cánovas del Castillo!»

Le pagine dedicate a Michele Angiolillo, alla sua prigionia e alla sua morte, sono fra le più crude e cariche di emozioni, ed è impossibile non restare affascinati dal modo in cui, senza confini, le vicende umane dei due personaggi s’intersecano, fluendo con naturalezza dall’una all’altra. Purtroppo una volta garrotato Angiolillo, qualcosa nel romanzo si sgonfia e l’intreccio perde un po’ tensione oppure, più onestamente, credo che la scena della sua morte sia così ben scritta che tutto quello che segue appare inevitabilmente più scolorito.

Altro aspetto del romanzo a mio avviso interessante è che pur avendo un fondale storico così importante, non cede mai alla tentazione di varcare il confine tra saggio e romanzo. Infatti non “spiega” ma “racconta” anche in quelli che apparentemente (ed ingannevolmente) sembrano dettagli di poco conto, come l’amico fraterno del militante basco che per tutto il libro è semplicemente Txabi e mai Txabi Etxebarrieta.

Perché alla fine quel che conta è il fluire della narrazione ed ai personaggi reali se ne mescolano altrettanti frutto d’immaginazione. Del resto in fondo non è così importante sapere se Dolors sia esistita o meno, o se è stato veramente il falegname Cienfuegos a costruire il patibolo per Angiolillo; quel che conta è l’evocazione di quei due momenti storici e le motivazioni che muovono i personaggi.
Forse non ci sarà stato Jaume a Trafalgar Square a riferire a Michele Angiolillo delle terribili torture patite dai compagni e dei morti di Montjuïc, ma se non fu lui ci sarà stato qualcun altro  – come sempre ci sarà – a raccontare le nefandezze del potere, e ci sarà sempre e comunque una voce o una parola, impossibile da fermare:

«Ma quella parola, Germinale! Una minaccia d’amore, è passata di bocca in bocca al disopra di tutte le censure della stampa. Cienfuegos, o Azcarate, o qualche altro armaiolo di Eibar che ha una ferita sotto il labbro, o un locandiere appassionato di lettura avrebbero spiegato e divulgato per anni il significato del tuo ultimo grido, come fossero tipografi clandestini: il volo di una società marcia verso la primavera, la scienza della disgrazia dei lavoratori che, convertita in seme, porterà con sé il tempo delle ciliegie»

 

Koldo Izagirre, Il tipografo Agiolillo, Libe Edizioni, 2013

Libe Edizioni è una casa editrice il cui obiettivo principale è quello far conoscere, traducendoli in italiano, testi di letteratura basca. A questo fine dal loro sito è possibile scaricare gratuitamente i libri del loro catalogo, compreso Il tipografo Angiolillo, e contribuire al loro progetto.

Segnalo anche la scheda biografica di Angiolillo presente nel DBAI, dove potrete vedere anche alcune delle foto citate nel romanzo.

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

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