Quelli del San Patricio

«Tornare indietro non era più possibile. Davanti a noi, quarantotto donquijotes votati alla sconfitta, c’era soltanto il presente, nessun futuro: combattere, tenere le posizioni, contrattaccare, ritirarsi per riprendere a combattere… Arrendersi mai. Eravamo disertori, la resa avrebbe significato la fucilazione sul posto. E in fin dei conti, un irlandese è troppo cocciuto e pazzo per concepire la resa. Seasaigí go láidir, a chairde. Non un passo indietro, compagni.»

quelli del san patricioPino Cacucci di nuovo alle prese con quella che a tutti gli effetti sembra essere la sua passione più grande: scovare storie sepolte dal tempo e narrare tutto quello che è stato offuscato dalla versione dei vincitori i quali, forse scriveranno la storia, ma non sono, né saranno mai, carne per romanzi intensi come questo.

Quelli del San Patricio racconta di alcuni soldati irlandesi che decisero di disertare le fila dell’esercito degli Stati Uniti d’America per unirsi  all’esercito messicano.
In ballo c’era l’ambizione degli Stati Uniti d’America di espandersi verso il sud e per farlo non esitarono ad occupare con la forza ampi territori messicani, conducendo una violenta guerra d’invasione (1846-48). Fu una guerra agghiacciante, dove i soprusi perpetrati dagli statunitensi ai danni dei civili furono ingenti: attraverso una perversa ideologia di presunta superiorità e con la prepotenza militare, non si contano gli stupri, i civili uccisi, i villaggi bruciati e perfino l’inganno strategico e mediatico attraverso cui venne giustificata al Congresso e sulla stampa dell’epoca questa terribile guerra d’invasione.

«un altro punto di forza della sua dichiarazione di guerra era la mancanza di reale democrazia in Messico: Polk sottolineò che al governo c’erano troppi ex militari, invadere quel paese significava di fatto donargli finalmente la vera democrazia, cosa che quei poveri ignoranti dei messicani non sapevano ancora come realizzare»

Va da sé che ogni guerra è barbarie, ciò nonostante l’ingiustizia di questa guerra e le continue violenze verso il popolo messicano – tattica questa già messa a punto con lo sterminio dei nativi americani – saranno il cardine su cui ruoterà la decisione di disertare del tenente Riley e di quanti lo seguiranno. Furono in molti ad abbandonare l’esercito nordamericano, anzi durante questa guerra si registrò uno dei tassi di diserzione fra i più alti di sempre, e sebbene non tutti si unirono al San Patricio, il numero del battaglione continuò a crescere.
Infatti ai primi quarantotto irlandesi se ne aggiunsero altri, fra cui anche italiani, polacchi, tedeschi e perfino schiavi africani, in una sorta di “brigata internazionale” che darà un apporto decisivo alla guerra senza però avere speranza alcuna sulla vittoria, tanto per la scarsità dei mezzi di cui disponeva l’esercito messicano, quanto per le pesanti ombre di trattative private fra il presidente Santa Anna e quello statunitense.

Romanzo epico – l’aggettivo ci sta tutto – e solido, dove la notevole documentazione storica è perfettamente amalgamata con la narrazione, non vi è nessuno strappo tra la voce narrante e l’humus storico che la nutre e la sostiene, così come non si riscontra alcuna frattura fra l’alternarsi di capitoli più narrativi e quelli assai lirici e a tratti quasi commoventi affidati alla voce e ai ricordi del Capitano Riley.

“Destino” è probabilmente la parola chiave di tutto il libro, sia esso inteso come Manifest destiny, credo espansionistico nordamericano, sia come la forza che a dispetto di tutte le convenienze muove il Capitano Riley e i suoi a disertare. Da una parte abbiamo la pretesa di un Destino messianico che genera guerre e violenze inaudite, dall’altra invece incontriamo più semplicemente destino che proviene da lontano, dalle proprie radici, ed al quale, gli uomini della pasta di Riley, non possono far altro che obbedire:

«E allora? Dovrei scomodare il senso dell’onore, della decenza umana, dell’orgoglio che ti fa compiere le scelte peggiori, quelle che portano alla rovina? No, fu per sensibilità. Fu per colpa di come eravamo cresciuti, a patate marce e umiliazioni, fu per colpa di quella terra verde e ingrata dove ti nutri di ribellione, e non appena ti reggi in piedi già ti chini a raccogliere una pietra da scagliare contro Golia, e le gambe ti servono per fuggire, per scappare da chi ti spara addosso, e alla fine per scappare da tutto, eterni esiliati ovunque approdiamo.»

 

Pino Cacucci, Quelli del San Patricio, Feltrinelli 2015

Informazioni su Aspettando il caffè (Stefania)

libri & sconfinamenti

  1. Le motivazioni messianiche sono quelle che hanno sempre causato gli effetti peggiori. Complimenti, come sempre, per la scelta delle letture e per come sei in grado di esporle agli altri.

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  2. Anch’io adoro i romanzi storici. Tra quelli che ho letto ultimamente forse il migliore è questo: https://wwayne.wordpress.com/2014/11/20/amori-proibiti/. L’hai letto?

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